Fiori da parquet

Non hanno graduatoria
Filo su doppia poesia rossa, sopravvissuto a mille battaglie armate, non sbraita, non si impettisce, non dimostra. Apre il cuore e si dimostra

Osservando la natura, passavo le mie giornate a domandarla, e a domandarmi insieme a lei.

Ero parte del tutto e insieme dialogante delle cose animate e inanimate, curiosa degli adattamenti, degli apostrofi, dei silenzi.
Ofelia racconta, mentre galleggia col suo vestito intrecciato di rose selvatiche e timbri di mora, riversa sulla sorgente.
E io ci ho notato parecchio.
Non esistono fiori che competono con altri fiori. O almeno, io non ne ho mai conosciuto. Ogni petalo conosce la sua strada.
Nessuno di loro vive per dimostrare qualcosa agli altri, men che meno a se stesso.
Sbocciano a proprio modo e inondano di bellezza chi li sa guardare. Ma pure i distratti, loro che ne hanno più bisogno di tutti. Mostrano, esprimono, ispirano.
Nessuno arriva primo.
È semplice.
Non esistono fiori che competono con altri fiori. O almeno io non ne ho mai conosciuto. I gerani vicini alle rose. I tulipani sui balconi, non si struggono di invidia davanti alla camelia.
Tramonti, poesie, sentimenti che si vogliono più belli, colori più forti, sapori più talentuosi. Io non ne ho mai visti. Il gorgonzola ci pensa due volte prima di denigrare la ricotta.
Fu così che iniziai a permettermi anche io, quel gioco proibito. Nella stanza del desiderio.
Una vita in avampiede, e poi tallone e punta e tacco, e poi un passetto, un incrocio, un giro dopo l’altro, un errore, un incarto e un altro ancora, un mare di legno.
Lì, dove niente va dimostrato, come fa il vento.
Lui spira, e fa risuonare i sonagli, gli scacciapensieri all’entrata delle case, nei giardini curati con amore. Non ho mai visto i fiori farsi la guerra, chiedersi da che posto vieni, che mestiere sei, qual è l’obiettivo del tuo fiorire o perché sei nato gerbera e non sorridi mai.
Osservo il vento, da quando lo posso respirare, mi ha insegnato che tra loro non fanno a gara tra a chi spira e chi culla.
Un mare di legno in cui riposare, gioire, lasciarsi andare, l’ho trovato, appena Ofelia ha smesso di strillare che non riusciva ad entrare in una trappola per topi.
Niente che vada sottolineato per valicare la sensibilità di un atteso e dolente mettersi in gioco, ci vai come sei tu, la propria storia inizia ad avere parola. Dove il sentimento espresso si mostra, la carne si fa gesto, romantico racconto. Dove nulla è lì da record.
C’è solo da sentire e da tessere con gli angoli del corpo. Un corpo animato. Commosso. Fermo.
Dove l’intensità e la cura dei dettagli è un fiocco rosso che si lascia andare sul copro, nudo, ancora imbarazzato, disarmato. E non le beghe, le classifiche, le graduatorie, la fama, ma fame, quella di rendere partecipe al tuo dialogo chi ti sta a guardare pronto alla più recondita passione.
Non si era mai visto un dipinto sentirsi migliore di un altro. O almeno io non l’avevo mai conosciuto.
Quello sempre desiderato e mai vissuto era pronto per essere sfiorato, e preso con coraggio. Lo tenevo per mano, e più ne conoscevo le espressioni, meno mi bastava. Io lo sapevo che quello era un ritorno. Un ritorno a casa, il mio. Una che non avevo mai avuto né conosciuto. Ma ne sentivo la mancanza, l’appartenenza.
E ora la possibilità era quella che volevo darmi, anche se non la chiamavo proprio possibilità, o almeno non sapeva solo di quella, era più simile a una speciale forma di libertà, di gesto rivoluzionario, come una ribellione dolce a una dittatura silente, aria, luogo in cui avrei dormito, aspettato, pianto e riso. Ritornavo. Si, ritornavo in un luogo che sentivo mio e in cui non ero mai stata dopo un lunghissimo e travagliato viaggio.
Nel mio tempo, e di nessun altro. Per troppo inaccessibile, senza domanda, senza risposta.
Era lì. Non mi bastava più.
Ofelia, Firenze. Che da giugno si tinge di rosso.

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