Venni al mondo

Ed era già occupato
Filo su scatola chiusa.
Era invece un regalo, eri tu

Venni al mondo che ancora non mi aspettava nessuno.

Non c’era una culla, né il sonaglietto a firma di coniglio né l’accoglienza dopo un viaggio lungo fermato a forza. Non c’erano fiori o palloncini, ma lacrime, tante, queste le ricordo copiose.
Venni al mondo che mi tiravano tutti, chi a destra, chi a sinistra, e poi da sotto e dall’alto, insieme, dappertutto, forze opposte e contrapposte, non c’era una culla, né un ovetto, nemmeno col mio nome una corbula
Venni al mondo che chi mi aveva fatto si è confuso, non ne aveva uno suo da amare e custodire, da tenere stretto a sé e fare un passo indietro, così senza saperlo ha preso il mio e di ogni cosa lo ha riempito e poi impanato e poi bagnato e poi spalmato e tenuto ben chiuso ed attaccato vicino in una scatola di sabbia grossa
Il fiocco ce l’ho messo io perché era tanto triste, l’ho rubato a una festa di matrimonio che non era nemmeno quella a cui avevo partecipato io, per fortuna
Venni al mondo nel silenzio, nel dovere e nel dolore, nella malinconia della solitudine più nera, una colpevole e ansiosa. Nascosta.
Venni al mondo un giorno,
in un mondo che la terra è di tutti e c’era anche la mia di fetta di mondo che mi aspettava alla pensilina, ma non sono mai passata, ero già impostata, c’è scritto nel biglietto sgualcito che ho trovato nella tasca dell’elefantino, me l’hanno occupato il posto nella scatola, adagiandomi dentro altri due posti messi con forza e senza minima cura, non c’era posto alcuno dove si potesse capire, tornare indietro mettere in discussione e magari dissentire
Venni al mondo che non conoscevo il mio nome, né l’amore, non c’era spazio per dire, per parlare, desiderare sentire il proprio cuore battere nel buio della notte
C’era tanta paura e chi andava non tornava e non avvertiva
Venni al mondo che sapevo come stare ferma ferma, mossa mossa, lunga lunga e corta corta, non ero né spaesata né sorpresa, stavo e basta zitta zitta
Venni al mondo già avviluppata, già richiesta, già pretesa. Portavo del mondo già un colpa già pretesa. Confermata. Portavo del mondo già un colpa sottesa una guerra una mano nella bocca e lungo la schiena
Ma non era la mia non era il mio mondo non era il mio spazio né quadrato e né tondo, venni al mondo che non c’era domanda né sullo spazio né sul mio volto, né sul perché qualcuno si fosse perso le coordinate per andare a scoprire il mio mondo, erano state buttate, dimenticate, lasciate al sole e cancellate perché non si morisse
Venni al mondo per tenere quel mondo nel mio mondo occupato e appagato perché non si sgualcisse, crollasse, collassasse
Venni al mondo che ero stanca e non facevo domanda venni al mondo e messa lì come una cosa posata in un angolo, farcita e ammaestrata
Ma mettere al mondo implica una scelta, un vuoto, uno spazio, altro, non un rattoppo
Così senza troppo capire con le unghie e con i denti la pezza che ero sfilacciai, da che il primo giorno nel mondo occupai, fino a non vedermi più
Ne rimasi spaventata, da quella necessaria dopo tanto, troppo tempo, senza troppo volere sfilacciata
Paura
Venni al mondo per cercare quello mio tra tutti quelli che avevo tenuto e prestato e fatto riempire da chi uno suo non ce lo aveva proprio
la rottura aveva molto più il mio nome che la vittoria a cui ero stata votata, sì quella sul tetto del mondo
Venni al mondo due volte, o forse anche otto o nove, una quando iniziai a respirare coi miei polmoni, l’altra quando mi chiesi il perché, l’ultima è quella di ora, quella della richiesta, del desiderio, della voglia
Faccio un passo nel mio ballo dopo l’altro
Venire al mondo, è necessario ogni giorno.

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