Bella e piddighinosa
Con l’orecchio che viene e che va
Filo su ciglio di pino e nascondiglio.
Se chiudo gli occhi giuro che non ti vedo più
Bella non si vergogna di niente.
Non si cura della parole, del vento, del tempo. O almeno è quello che sembra quando la guardi.
Bella è piddighinosa.
Bella e piddighinosa.
In entrambi i casi Bella era piddighinosa. E chi non lo è? Detto da te poi, il giudizio è alquanto strano. Che apri bocca e ti senti forte, che sei nato della specie umana, antroporiferito, e vasocostretto nelle stesse mani che ti danno la forza costante di soffocare l’altro, respiri arido, mentre sorridi, ma sei umano, sei nato così dicono, con la punta del cuore che giace nella pietra, quella cucita sul viso, che sa tutto di me. Il coraggio tuo, ci vuole, a passar davanti a Bella e prenderla in giro, sta da sola sta da sola, è malata, lontana.
È certo che lo è.
È piddighinosa, gente! va abbattuta, va abbattuta.
Ogni carro che passa sentenzia la sua condanna, se stai bene perché stai bene, se stai male che tutto serve, se stai così che ti lamenti, la prendono in giro che si è staccata dal gregge, che Bella sei se al gregge non appartieni?
e se non sali così e non se scavalchi cosà e non accavalli come dicono di fare, e non ti fai farcire periodicamente, di nuovo pelo, da qualcun altro, non sei.
Non ti hanno scelta per fare la vita bella, dal malanno e malattia sei stata vergine prescelta.
Bella se ne sta lì, pacifica, sopra la roccia di licheni e ascolta, in piedi, chi viene e chi va, la guardiana di Laylandia. Dicono sia già completamente cieca, ma io penso che lo faccia apposta per far quello che le va, la guardano tutti con scherno, pietà. I migliori si atteggiano a sanificatori di una natura da loro stessi violata, violenza, i meno studiati patiscono la visione oscena, che muoia lontana dalla strada, che dà fastidio a chi passa, a chi va, a chi torna, e a chi resta.
A me no, che non lo sapevo nemmeno. Che Bella, così tanto bella era la piddighinosa della landa.
Noi no, che non lo sapevamo, ci siamo approcciati alla vita con troppa ingenuità, come si fa con ogni capo vedetta a tutti visione incognita, incapibile, indecifrabile, marziana. E perché capire, perché domandare perché decifrare.
A me no, a noi no, eravamo davvero felici di vederla, per la prima volta il suo profumo inebriava quella ferita, che vedo, ancora aperta, il suo naso anche, l’ha svegliato proprio lei che era arancione, giallo tramonto, dal sonno. Le nostre tre anime si specchiavano nel medesimo acquitrino. Somiglianti nei punti tangenti di esilio, di pelo, e tristezza. Guardavamo lei, col cuore pieno di rugiada e un buonasera sul viso, solcato, affaticato, pesante, lento.
Imbarazzata un permesso, possiamo passare? Siamo nuovi per Laylandia, ma il cuore lo abbiamo salato, croccante e rugoso, già pronto. Un po’ a tutto. Già, a tutto. Non smette mai di sperare.
Non è vero, a tutto, ma a te, senza dubbio.
Non vedevamo l’ora di trovare una Bella così, che non identifica il suo essere Bella, solo se appartiene a una determinata numerazione, etichetta, solco a fuoco, padrone, ma noi tutti abbiamo bisogno di conferme, per sentirci apprezzati e capiti, sì.
E no, non vedevamo l’ora di trovarti qui, con un ciuffo si e l’altro no, coi piedi scalzi, il cuore altrove, e il corpo qui, ancora tu, lassù, e ti avvicini, senti il mio odore e non hai paura, no di nessuno, di rumore alcuno, e sì invece questo un po’ mi spaventa, se ti avvicini troppo chissà che possono farti, a te che sei Bella.
A te che sei dolce e di cattiveria alcuna.
Che poi, con quel nome lì come potevi essere una brutta.
E poi, poi sei scesa un po’ vicino a me, quiggiù. E ho spento il motore per non darti fastidio, ci siamo salutati, un po’ come tuo solito hai continuato a far le tue faccende e per questo ti ammiro tanto anche ora, che benché dicano che sei piddighinosa, a me non interessa. Sei Bella, sei sempre tu, con le labbra serrate e l’orecchio che va. Avanti, indietro, se ne va.
Io non so cosa tu senta, se senti la mia voce se stai andando via proprio ora che ti guardo, che la mia ruga sul viso si fa solco, io non so se tu senta tanto o troppo per noi mortali, vorrei potessi dirmelo se il male è tanto, cosicché da poterti alleviare da qualsiasi spina che frulla le morbide voglie di cui sei ricoperta, dagli scherni, gli scherzi di basso sentire, le lamentele, dal sole.
Ti ho rivisto oggi che eri calda calda, sotto il sole, immobile. Forse avevi freddo?
Ti avrei portato una coperta, un po’ di acqua, forse qualcosa di fresco e piccolino da mangiare.
Chi lo sa, se tu lo sai che sei Bella così , se sei nata così, o lo sei diventata a suon di parole, di cisti, di erbe odorose. Se sei nata, un giorno di vento su una roccia di maggio, che la lavanda ti accarezzava il capo, o sotto il pino quello grigio e stanco che era di tuo nonno. Aspetta, forse vicino al ruscello, un po’ al freddo, quella mattina che non c’era ancora il sole.
Non lo so come sei diventata così Bella, o strana, gli altri dicono.
Come hai deciso di andare via da tutto un dì e tutti lasciare, pensanti di togliere qualcosa di stabile alla tua natura, la compagnia, e restare sulla roccia di licheni gialli e guardare il mondo che gira, che fiorisce che sfiorisce, con le ginestre insieme. Accogliente donna di mare, diffidente cuore di montagna, quando te ne andrai chi resterà a vegliare le anime consumate che irrompono la quiete di ancestrali vie solcate dal selvatico tempo.
Secondo noi, hai burlato tutti un poco trovando un posto che sapesse solo di te, in fondo ti piaceva quella vita da eremita, un po’ malconcia, lontano da tutte, perché chi lo dice che bisogna scegliere una vita davvero con tutti, che se lì ci nasci devi sentirti parte per forza. Sei stata coraggiosa, hai preso lo zainetto e te ne sei andata più giù, ad aspettare altri, che non fossero per forza di dovere amici, amanti.
O forse son io, che me la racconto così. Sorella, di terra, di lana, di amore fraterno. Perché non riesco a reggere questo vile dolore, di aspettare anni una fine che corrode dall’interno e non perdona. Perché non riesco a reggere il tempo, di non saperti chiedere come stai, di non riuscire a sentire la tua voce. Di non riuscire ad alleviare il tuo, chissà da quando, dolore.
Di vederti ogni giorno, e veder spegnere, fiammella, poco a poco. Mi dicono allora che la tua vita te la sei fatta e che ormai è ora, che hai gli anni per andare, che è meglio così, che vada via una volta che il sole tramonta.
Devo per forza pensarla così, Bella. Perché non sono forte come te. Sono fragile davanti alla morte di anime buone.
Perché sennò, io che ti vedo ogni giorno, un po’ al sole un po’ all’ombra, lì dove ti ho visto l’ultima volta, senza poter battere ciglio, e lasciar fare inerme, la vita il suo corso, impazzisco. Ogni giorno che son le 7.37 e fa freddo e il vento è ancora acerbo, devo per forza parlare ma il mio silenzio è con te, ti guardo col petto e le ani, e con la coda dell’occhio, e una parte di me se ne va, per sempre, con te.
Non sono pronta.
Non lo sono mai stata, né brava né capace, a dire addio a chi non è mai stato capace di fare male nemmeno a un moscone stanco.
Ciao Bella, buon viaggio.
E anche se non ti vedrò più so che all’entrata di questa inerpicata landa ci sarai sempre e solo tu a vegliare.
Ora che ritornerai parte di questa terra fredda e rigogliosa dalla quale sei spuntata un giorno, mi appello all’anima del vento senza inganno e speranza sugli occhi, se potrai scegliere di rinascere Bella di nuovo, o metterla in culo a tutti, e gridare quel che ti va,
pensatela come vi pare, che non avrei molti dubbi se un giorno, vi riscopriste voi, i veri piddighinosi da curare.
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