PrimoMaggio
Diciannoveecinquantatre
Filo sospeso. Su sabbia, tra le unghie, negli occhi. Intrecci e Cicatrici nauseabonde.
Perdo i sensi, ritorno
Guardo le nuvole passare da ore.
Sono imponenti. Così sicure, pensi, ma son solo spinte dal soffio del vento.
La casa è vuota, senza suono, rimbombo, te. Di un vuoto che rincasa dentro gli occhi, le lacrime pesanti faticano a lasciar andare il dolore, non cadono, restano concentrate come matita attorno alle palpebre, come a voler trattenere il trattenibile, di ricordo dipinte.
L’allegria è rimasta nelle foto, scorro, scorro, non c’è tregua. Non c’è vita, né di quella nella carta da frittura, vivace e gialla, e né assopita sullo scialle del lutto.
Guardo le nuvole passare da ore. Sto col fiato sospeso fino a che non ti risvegli, trattengo il respiro fino a che non sarai qui, a scegliermi, e riscegliermi se vuoi, se ancora vuoi.
Spero stia riuscendo a riposare, vorrei prendermelo io, quel dolore lì, perché tu sorridi sempre e non voglio che tu smetta, dallo a me, me lo prendo volentieri. Spero che di questa brutta giornata ne faremo tanti racconti, ai piccoli ricordi, nelle sere d’estate e a Natale formaggio cotto, mentre tutti si vanteranno di aver fatto chissà che gesta e imprese, tu mostrerai con fierezza e coraggio, la tua cicatrice dritta cucitrice grossa. E ti ascolterò dal basso, come sempre ho fatto. Perché amarti è naturale, sotto quel labbro arricciato. E noi così, ti staremo, in cerchio ad ascoltare.
Guardo le nuvole passare da ore, tolgo e rimetto un anello che vorrei buttare.
Siamo fragili e tu me lo ricordi, ogni volta che quella ruota si inceppa e restituisce i colpi che cerchiamo di schivare ogni giorno, come se abbassare per un attimo la guardia sia ciò che la vita aspetta, per sferrare il suo colpo, scivolone, momento di fiducia, di stanchezza, desiderio sordo.
Siamo brezza preziosa delicata tra i cristalli.
Siamo cuciti di debolezze e tenerezze mai date, non riusciamo a dir di no quando qualcosa forte fortissimamente forte tocca i nostri impulsi, a costo di dover combattere contro qualcosa due tre cinque volte più grande di noi. E testardo ci provi, che puoi, che ce la fai da solo, puoi uscirne fuori un po’ acciaccato quando ti va bene. Altre volte con qualche ferita pesante se ti va così, altre volte semplicemente male da morirci di quel dolore. E sopperiamo, in nome di un godimento istintivo, di un attimo, che però cambia per sempre quella nostra fragile vita. Fermandola.
Come avessi lo stop, regista, sulla scena di quel film. E cambierà, cambierà per sempre da quel momento in poi, ma di quel dolore devi trovar radura. Perché rispondere agli istinti agli impulsi le vendette di una folla, a che serve, chi amavi non te lo riporta indietro neanche Dio.
E cambierà la vita, soprattutto la tua, la tua di te che leggi, di te che ami, di te che speri che fare sempre la stessa cosa possa portare risultato uguale. Magari un ritorno, una prova.
Che fare sempre la stessa cosa possa portare un risultato diverso da com’è sempre stato uguale.
Mi sento un folle.
Eppure sto sospesa, manca sempre quell’intervallo di s-fiducia di cui non tenere conto.
Guardo le nuvole passare da ore e le lancette gridano, di un orologio che non ho.
Questo rintocco tocca le nostre più recondite ferite.
La testa si imbabola sulla schiena di quella sedia storta, lì dove arrampicavi per guardare più in alto, fuori.
Tu, che fino a quell’attimo con me il piatto, cuscino, letto, carasau bagnato, giornate storte, brezze di mare e di montagna le leccornie. Tramonti su sonni tormentati, incubi. Risvegli coccolosi.
A volte non ti salvi, no, provi a fermare il mare col colino e no, non ti salvi dalle tempeste se nudo, gridi pietà agitando una forchetta a Poseidone, quel non saper dirti di no porta all’abbandono, talvolta lentamente, talvolta all’improvviso.
Buio, sale, pugno, sonno.
E daresti di tutto, cosa tutto daresti per tornare un attimo prima che tutto andasse velocissimo e poi si fermasse, stop. E un nuovo ciack. Non si gira più. Si attende. E si guardando le nuvole passare. Non puoi fare niente.
E guardi le nuvole passare, sembrano così sicure di sé, e invece sono solo trasportate dal vento.
Vorrei essere vento, ora, ed essere altrove, dove alcun dolore si sente e prenderei te, in braccio, dove puoi non sentire nient’altro che amore.
E ti aggrappi a qualsiasi cosa.
E aggrappati, per favore, a qualsiasi cosa.
Io sto dall’altra parte, a pochi centimetri da te. Conto il tempo, le labbra che si morsicano a tempo cadenzato, la sensazione di nero di seppia negli occhi che ti porta verso terra e a naspi e ti incagli come chiglia, dove resti e non ti sollevi perché sai che ricadresti.
E resto qui, schiena alla porta.
Una porta fatta di buchi e sensi di colpa e di maniglie lucidate da mi manchi.
Mi manchi. In un modo indicibile.
Aggrappati alla vita, prenditi tutta la forza che ti serve, non mi lasciare da sola, qui. Non mi lasciare per favore, che sei tutto ciò che sul mio orizzonte voglio e mi sento illuminare.
Dobbiamo fare ancora tanta cagnara e tanta ancora strada da fare insieme.
In fondo tieni ancora i denti da latte, e la voglia di dare un miliardo di baci ogni volta che mi guardi.
Io ti aspetto, non mi muovo. Ti aspetto cuore coraggioso, pirata del mio cuore. Cuore cucito come lo squarcio che la tua assenza mi lascia, in questa giornata che, cosa darei per non fidarmi, per non cedere ai lamenti, al desiderio tuo, degli altri, di chi implora e a quegli occhi non so dire. Non so dire che si. E soccombere. E ancora non so dire.
Io sono solo dall’altro lato della porta. Non mi muovo. Resto qui, sento il tuo respiro e spero che tu senta il mio, il mio odore. Il mio dolore. Il tuo. Sono qui.
È ancora presto, c’è troppa vita da scoprire.
Io ti aspetto.
Sennò rimango qui, a guardare le nuvole passare fino a che non decidi che è il momento di ritornare.
Amarti è poca cosa in confronto a quel che sento e che ci unisce, acqua per fiori stanchi, così sei per me, ciliegina sulla torta sei tu, ogni volta che sorridi, amarti è millesfoglie al mattino, ad amare mi hai insegnato tu, e ancora non so, di un amore così grande e pieno, e attento, non conosco che il tuo. Di quello che sappiamo noi porterò nei giorni, al sicuro, sotto l’ascella.
Maggio mio, ti avevo chiesto cortesia.
Si vede che l’estate sta arrivando.
Bisogna armarsi di guscio grosso, molto grosso.
Aspetto qui, schiena alla porta, che torni.
Intanto guardo le mie cicatrici urlare e le nuvole passare.
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