Acqua cheta
Sono io l’uomo che cerca (ma anche la cheerleader, se voglio)
Filo su guanti e scrivania.
I miei guanti sono blu, li devo usare io, che ho il mandato di cattura, perché oltre ai water e alle cucine ci pulisco il buonsenso che vi manca a chiamarmi accompagnatrice nel luogo di lavoro, i miei guanti in dotazione sono blu, ci lucido la delicatezza che non perviene, quella di stare zitti se per voi siamo le escort del direttore. Ma il direttore sono io, e questo non lo mettete in conto.
L’apparenza genera mostri e la consuetudine ottusa di umiliazioni sotto gli occhi di tutti.
Vesto di giallino a forma di pulcino, coi volant leggeri e la mia voce è fioca.
Quello che per un uomo è scontato, la donna deve scontare. Poi, forse, parlare.
Saluto con la mano, tieni il mio pranzo, aspetto che ritorni, con fiducia ascolto, mi innamoro per un gesto buono. Mi commuovo.
Mi chiamano collaboratrice signorina bambina
Non incuto timore non faccio clamore
Mi chiamano figlia moglie di un uomo che senza di lui non mi muovo non so parlare non so pensare non lavoro
Dove è la sua mamma dov’è il suo papà dov’è il direttore, mi passi qualcuno? Dove vado per ricevere riscontro? con chi parlo? Ah sicuro è appena entrata, non sa fare, non sa dire, non lo sa come si fa. Porta il caffè? È lei che fa le pulizie?
Allora sorrido e rispondo di sì, ma anche portinaia, barista, con orgoglio spazzina, passante per strada. Timida, incapace, mi piace dartene piena convinzione
Ne ho solcati di sentieri di tormenti di mari e di deserti di ignoranti di bisonti di smacchi, di lacrime e passaggi a livello rotti.
Non mi danno mai del lei perché sono bambolina a me mi dan del tu, che sei una ragazzina. Chi entra nel mio ufficio non entra rivolgendomi parola lo fanno davanti al mio collega, ci sono anch’io, non faccio tappezziera. Se devo passare dopo l’uomo è me che fermano, non lui, non il gruppo loro. Lei chi è?
Quella che decide per lui. Avete sbagliato persona.
Sono piccola e questo è vero, un topino delle foglie ed ancora più vero, ma è la cosa che più inganna i mastodontici a priori
Sono l’acqua cheta che distrugge i muri, arrugginisce i ponti, e fa tremare le alte posizioni
Porto le calzine coi fenicotteri rosa. Ma non è questo il problema. Non è difficile sapete, basta solo un pochino di coerenza. Niente fantasia. Se andate in panetteria trovate il panettiere se andate in ospedale trovate la chirurga se andate a scuola trovate la maestra.
Talvolta sono il vento che ti culla alla sera, sporca di terra, mendica, strana e fattucchiera, eppure son la stessa del mattino, con la giacca ben stirata e sugli occhi la pazienza di stare ad ascoltare quei beceri sipari, ma come ti permetti? E non lo vuoi sapere che sono proprio io che decido, invece.
E ogni volta che arrivi e mi perculi, cerco di capire se mi prendi o meno in giro, se vuoi fare il carino, se vuoi fare coglione. Ignaro, non lo sai che hai sbagliato anche stavolta porta del girone.
Ma nonostante tutto curo comunque le tue coliche, rammendo le camicie che mamma ti ha lavato.
Luccica il Nobel che porti sul petto di scopate e gloria, in teoria sarebbe il mio quel Nobel se non avessi fatto il voto di riempire l’utero, la vagina e il secchio di detersivo. Ma lo lascio a te, che ti serve un po’ di più per sentirti migliore, io continuo a curare le scoperte ed inventare cose mentre tu ci metti il nome.
Sono l’acqua cheta. La brace alla sera. La fiamma nascosta, la lancia la spada la scure che tengo nel colletto di tulle.
Sono la serva e va bene se la gente lo pensa. Perché fa tanta paura che abbia una testa, un corpo pensante, una mano delicata che accarezza ma se vuole ti concia a festa. Eppure non la uso, non mi serve quella forza di farti a brandelli la testa.
È così facile, sapete, lì dove vai, lì troverai: in panetteria c’è il panettiere. Non il marinaio. Non chiedi dov’è la drogheria al cimitero.
Non ti verrebbe da pensare in uno studio, davanti a due architetti, ma è lei o lui il signorino? Il signore delle pulizie? L’accompagnatore? Il bambolino?
Non ti verrebbe mai da dire davanti a un uomo grosso col vocione, sicuro e gli occhiali da sole, dal passo svelto e dai superbi modi, che ti mostra il permesso per passare nei tornelli della metro, no ma lei non passa perché lo dico io, ora la umilio un po’ e chiamiamo il paparino.
Non ti verrebbe mai da pensare che a decretare la libertà o una pena sarà una donna dal visino ragazzetta, incapace di gridare, blush e smalto, occhi a cinepresa tutta zucchero filato e perizoma rosa, se accanto ha un uomo in uniforme, non vi chiederete mai ma lei è il suo escort? Eppure pensate che spesso, delle volte , così è solo meritocrazia. Rispetto e professione, per cambiare un po’ la consuetudine della nostra cultura, pensarci qualche volta, sarebbe una piccola grande occasione.
Ingannati dai nostri meccanismi di scelta alimentiamo una cultura che parla sempre la stessa lingua guarda sempre dalla stessa prospettiva e ascolta solo la musica che più rientra nelle sue corde, siamo ingannati da come appaga le nostre paure la sicurezza al nostro occhio, le declinazioni al maschile, la coccola del consueto che allevia la paura a livello dello stomaco, di camicette e gonnellino, ma lei che fa il cheerleader?
No, sono io l’uomo che cerca. Sono acqua cheta, non mi vedi e non mi senti, se mi vedi non mi guardi, se mi guardi vedi quello che vuoi tu, ma mi dici che mi sbaglio che è solo percezione del mio mondo distorto per l’ennesima musata col mondo.
Emotiva.
Ad ogni tuo non è così, sai che ti dico? Che fino a che continueremo a dire a chiunque sospiri che non è così come dici, senza ascoltarci, senza immedesimarci, rispondendo non è un mio problema, sei tu che percepisci così, non risolveremo mai uno solo, di questa cultura, problema. Che tanto, no, se non ti tocca che ti frega?
Mica quello di essere creduta è un tuo problema.
Cheers.. (parola di cheerleader).
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