Domitilla e il suo fiocchetto

Ce l’ha un gufo
Filo su resistenza

Vedo che hai mangiato.
Non me lo aspettavo da te.
Ma come fa a starci tutto quello dentro di te?
Ah ma allora mangi.
Ti vedo meglio, hai messo su qualche chilo?
Devi mangiare.
Se non mangi non vengo.
Ti facevo salutista.
Come fai a mangiare quelle schifezze, proprio tu che hai tutti quei problemi.
Sei ingrassata?
Ah, oggi son contento, hai mangiato.
Ogni giorno che una persona in lotta col suo gufo si sente dire una di queste frasi ricomincia ancora più forte la sua roulette tra la vita e la morte.

Non ho soluzioni, come al solito. Nemmeno risposte. Tante domande e tutte ancora al lavoro.

Non ho soluzioni, come al solito. Nemmeno risposte. Tante domande e tutte ancora a lavoro. Ma per favore, fate attenzione alle parole, la terra non gira per tutti allo stesso modo. Quello che per te può sembrare innocuo per altri può essere distruzione di impacciati tentativi d’amore.

Lui se ne sta lì. Fisso, immobile. Osserva. Presente, ogni ora del giorno e della notte sente. Insonne.
Sempre sveglio saccente, onnipresente. Vive dentro le cose, i sentimenti, la pelle e gli occhi delle persone, vive dentro le cose luminose, dentro la dolcezza, la cura e l’allegria. Vive in una staccionata davanti ai tuoi occhie tutto guarda, e non perdona, sul tavolo mette la vita, la posta piu buona, ha la sua principale poltrona dentro i tuoi bisogni, i desideri, i sogni. Che non hai, perché non sai come si fa. Che impari e che devi pagare cara.
Domitilla deve pagare cara.
Ricordarti di lui ti aiuta a non sentire, a non volere, a non chiedere niente mai. Sai fare tutto da te, decidi tu, quanto vivere e quanto morire, come vivere e come morire, ti aiuta a sentirti piena e strabordante, affascinante, trasparente, come sempre ti hanno tenuto, chiesto, voluto, come sempre hai preferito fare perché potessero sistemare le loro tragedie senza trovare te in mezzo ai coglioni.
Non intralciare.
Lui tutto toglie, e tutto dona: quel vuoto da cui dipendi, estasi leggerezza e attivazione, è l’unica che ti perdona.
La sua ombra lo segue.
La sua ombra sentenzia.
E lui sta lì, a guardare, a fissare, ad annotare, a giudicare. E lui se sta lì, con gli occhi enormi, che non parla che stride che sorride e ti deride complimenti, troia.
E ti controlla. Controlla te, lo specchio, la testa, il cuore, lo stomaco, e di nuovo te lo specchio la testa, le curve col righello, dei vuoti si compiace come uno scultore formato dall’Ade, dei pieni si schifa devi solo rigettare. Dei pieni si spaventa, pretende apoteosi in cui sei dea: resistenza, sottrazione oppioidi onnipotenza.
Resistenza, controllo, oppioidi, onnipotenza.
Ancora, ne vuoi ancora, ancora finché ciò che per te è colpa e sconfitta, sai che la pagherai cara, fa breccia contro il tuo volere e si inserisce nel senso del disagio e del fastidio ad esistere, ancora per un poco.
Il benessere che dona giocare con la vita sparita, sparizione lenta veloce velocissima, è rigenerante quanto una droga.
Domitilla li conosce bene i dadi della morte perché è ciò in cui eccelle. Non esistere la rende meno assente.
Meno sono più sto bene. Più sto bene meno penso. Meno penso più vivo. Più vivo meno esisto. Meno esisto.
Non esisto.
Domitilla ama gli angoli delle ossa, sparire è l’unica cosa che crea benessere e conforto.
Vuole un buco al posto della pancia, al posto dei fianchi due lame taglienti, delle cosce, della faccia, spero si scavi, si dice ogni giorno. Sono tutte così belle.
A volte se la tira su in alto, per vedere come sarebbe se si tagliasse col coltello le parti che per lei sono semplicemente putrido eccesso. Taglierei tutto, se solo potessi, troverei finalmente quella serenità agognata, di non avere pensieri, di non fare bene il compito mio.
E io ci riesco, riesco a fare tutto quello che mi chiedono. È così tanto che lo affino. Sono brava, vero che lo sono anche io?
Ogni volta che ci cade, Domitilla, in quel qualcosa che toglie forza terrena alla sua morte, è una tragedia, sa che per rientrare nel suo schema deve fare uno sforzo due volte maggiore per arginare la colpa, la sua non bravura.
Era un invito a cena.
Era che sto per cadere. Sento la terra.
La testa che gira le ossa di carta campana di vetro suono farfalle schermo nero fischio non sento.
Campana di vetro.

Domitilla si accuccia a terra, a uovo.

Non mi toccare, non lo sapete. Voglio restare qui dove non fare non essere niente, dove non devo accettare niente.
Non accadrà mai più.
Non mi sono nascosta abbastanza, giudicano che sto bene, l’hanno detto da fuori, non va bene.
Ora mi tocca sistemare le cose. Alzo l’asta ancora. Stringo di più la cinghia alla gola.
E il gufo sta lì, con la sua ombra a bermi la vita.
Ma Domitilla sa come si fa, non fa niente, cedente è uguale a niente. Compenso, tanto almeno quanto cedo e se riesco di più, meglio.
Ognuno trova il suo diniego, il mio non riporta su, mi fa schifo e fa violento, io sono Domitilla e sono brava
ed eliminare ogni momento di cedimento.
Sul filo invisibile del so perfettamente quello che sto facendo, so arrivare un attimo prima di dove la vita cessa di esistere. Non sento.
Mi merito questo, per tutto quello che ho fatto, di colpa e di non corretto. Me lo merito. E sto meglio.
Ragiono come te, perché è così che mi hai insegnato.
A farmi schifo forse non ho ben incominciato.
E il gufo sta lì, e si compiace per ogni giornata passata mano per mano a quella speciale sofferenza che dona serenità e forza, liberazione, perché non pensi più a niente.
Se non ingerisci non puoi sentirti in colpa, e allora bevi, perché delle cose solide Domitilla non sa che farsene, cosa sono queste cose che si mettono in bocca e vanno masticate, ma perché? Che senso ha? Ho paura del piatto, perché usarlo?
Per spendere dei soldi che posso usare in altro, per un tempo che non voglio fermare per me davanti a una cosa che metto in gola, per fare una fatica dilaniante doppia per compensare, no, non riesco a stare, perché ho altro da fare perché mi sazio delle cose da fare, delle forme, dei colori delle lane, del pensiero che in altro si appresta a coltivare la sua vita, la sua attenzione, mi sazio di te, mentre ti vedo mangiare. Mi sazio di cose. Di azioni, parole persone. Prese in giro.
Domitilla i supermercati, i colori, gli odori da regalare, è così che ti puoi saziare, Domitilla è forte.
Se lo regala e lo vede fare è come se lo tenesse per sé per sempre, ma senza conseguenze.
Lo sa fare.
Meno sente più riesce, più è attiva, leggera e finalmente bella, bella.
Sparizione. Godimento.
Sofferenza e compensazione e ancora un giorno, due, oggi arrivo a tre e poi mi schianto, cedimento sofferenza resistenza compensazione, ansia.
Se cedo mi viene l’ansia. La colpa è troppo grande, meno c’è possibilità, con meno colpa devo aver a che fare.
Mangiamo qualcosa?
Non accetto.
Mangiamo qualcosa ha l’aspetto della cura che l’altro regala a te, allora la colpa per un attimo si nasconde mentre quel menù tra dita budella ti si contorce ma hai lui lì davanti e che importa, potrei osservarti e parlare e vederti mangiare, sto meglio così, posso guardarti?
Quindi cosa prendete?
Non lo so, non sono in grado di decodificare un desiderio, Domitilla decidi, ti guardano, sbrigati, lo sguardo cade sulla cosa meno costosa. Quella. Sì.
Ma non la posso mangiare, non tollero niente che è tossico al corpo, che non sia la pappa la mia. Ma ne è valsa la pena, la cura di qualcuno che ti invita a cena vale più di mille mal di pancia, menomale, Domitilla che hai dato un poco sotto al tavolo al cane.
Domitilla controlla, sa come si fa.
È la sensazione di essere dio. Onnipotente. Anestesia totale e stordimento che quando gira la testa sa come farselo passare.

Cedimento.
Ma ora compenso.

Sempre di più. L’asticella la metto sempre più in alto. Perché sono capace. Perché so dov’è mio limite e so che cosa farmene.
E il gufo, e le interazioni, e le parole da arginare, e gli eserciti di samaritani para buoni. Da allontanare. Ma una cosa Domitilla l’aveva compresa, esistere sempre di meno portava l’altro a fare di lei quello che voleva. E portava alla caduta dalla torre sempre più alta solo del suo essere che tanto l’altro resta su, riprovare all’infinito la caduta provoca alla vita dentro le ossa una sofferenza inaudita.
Non c’è un senso uguale per tutti né una via d’uscita comune, il senso, almeno quello suo, era quello di innaffiare ogni giorno quell’essere al mondo di più per poter arginare l’abbandono, la caduta dalla torre, le prese mai sul serio delle sue preziose parole, l’importanza di vedersi occupare uno spazio che abbia un senso per sé.
E da lì è una reazione a cascata e a catena, la priorità si sposta, non non diventa ogni giorno a tutte le ore quella di privarsi per potersi godere qualcosa, per potersi meritare la vita, così da essere in pari o anche solo un poco di più per sopravvivere, dilaniando quel corpo piccino già provato e stanco dalla vita che non ha mai tolto carichi ma li ha sempre aggiunti.
Far riaffiorare qualcosa che possa avere per la prima volta un senso per sé e per la propria storia. E non si trova. Nemmeno a sforzarsi, si trova. Serve tempo. A volte corse contro il tempo. Ma se al lavoro, quel senso riaffiora, come un vulcano di detriti che puliscono il terreno.
Quel senso, proprio, perché sia utilizzabile, va lavorato ai lati, fino a che, tutto morsicata ai lati, crolla e riaffiora.
Non ho soluzioni, come al solito. Nemmeno risposte. Tante domande e tutte ancora a lavoro.
Ma per favore, fate attenzione alle parole.
Le persone hanno bisogno di essere considerate rispettate amate. E se non sono in grado di darvi questo, accusandovi di essere un costante problema, non siete voi, ma l’incastro mortifero che loro hanno col vostro, quello che vi scegliete ogni volta, ad accompagnare il vostro cammino, che corrobora il senso di negazione che quelle anime perdute alimentano nel vostro stesso godere alla morte.
Quella di cui il gufo si ciba. Di accusa di negazione e di violenza. Di false presenze e di molte assenze. Di prezzi da pagare, che tolgono vita a quello che in vero siamo. A quello che in vero Domitilla è.
Fame di amore di parole buone non ha mai a che fare con l’alimentazione, semplice mezzo per risolvere, a modo proprio, le cose.
Fame di cura e parole attente, e buone. Di gioco, altruismo, empatia e cuore.
Domitilla.

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