A forma di famiglia
Di fame di pane e di biglia
Filo su forme e contenuto. Lontano dai chiodi e da contorti contorni. Ogni famiglia ha la sua forma. Ma quelle senza amore non hanno la mia forma. Così parlò Monzetta e imparò a dire ho sete ho fame, meraviglia, famiglia
Quella famiglia non aveva niente che assomigliasse a una famiglia.
Né gli occhi, né la coda, né il muso. Figurarsi il pelo.
Non aveva niente che assomigliasse a una famiglia e nemmeno a una ciambella. Non che tutte le famiglie debbano uscire col buco, o a ciambella. Ma non ne aveva nemmeno il profumo.
Eppure ne aveva la forma. Direte, meglio di niente.. e no.
Lì vi volevo.
Questo era un bel guaio, questo è sempre un bel guaio. Avere la forma di qualcosa senza essere quella cosa è molto pericoloso. Primo, perché basta spostare di una briciola il fulcro perché tutto si crepi su se stesso. Secondo, perché tutti, davanti a una forma, si comportano di conseguenza a quella forma. Spesso, senza stare a capirci troppo.
La minestrina, se la prendi con lo stecchino non riesci a mangiarla, ti comporti a modino, allora davanti a un liquido non prendi il coltello. Quindi davanti a una forma di famiglia, e che forma di famiglia vi assicuro! non pensereste mai di usare uno strumento che non sia adatto ad avere a che fare con una famiglia a forma di famiglia. Come con la minestrina, vedi una minestrina da lontano e prendi il cucchiaio, mica il pelapatate.
Invece ci sono certe minestrine che da fuori sono tutte ben impacchettate, con le stelline e tanti cuoricini, ma dentro sono minestroni di bassa qualità, ci sono i pezzettoni grossi grossi e duri, altri congelati, altri bruciati, pezzi marci, e devi prendere un sacco di arnesi per fartela scendere giù perché per forza devi fartela scendere giù. Averci a che fare. A volte serve il diserbante.
È che la forma di famiglia non esiste, starete pensando tra voi e voi..
Non per Monzetta. Monzetta ha sempre avuto le idee molto chiare sulla famiglia a forma di famiglia, per lei la famiglia ha sempre avuto una forma ben precisa: una di famiglia. Una forma tutta sua con le porte aperte, le tende, i divani grandi, i colori, dove ognuno fa la sua parte.
Una forma che non percepisci da fuori per i bordi fissi con i contorni del pennarello di famiglia, piuttosto la senti, dalla forma a profumo di torta, dal gusto polposo, da come si muove e quante stelle cadenti riesce a nascondere sotto il cuscino, una forma di famiglia con le ruote, con le maniglie sicure e le scialuppe di salvataggio per terra e per mare, spaziose e con le provviste fresche e buone, una famiglia vera, che riconosci non dalla forma che ha, ma per la luce che fa, per i bordi che sborda, per i meandri scoloriti dai pastelli a cera, per i colori neon sparati. Per gli acquarelli e le tempere che mangiando uva e formaggio, ballano il twist.
Quella invece era una famiglia senza un bordo, né un a bordo, né uno sbrodo né uno sbordo. Oscillava la paura tra il dovere e il senso di niente di nulla e di colpa.
Non era coccolosa al sapore di caldo soufflé, dolce o gentile o un po’ al vin brûlè, non aveva la forma arrabbiata o musona che bella arrabbiata, quando poi si fa pace e che bello quel muso tutto da baciare.
Era una cosa con un fuori ventilato e con un dentro stantìo, rabbioso, cupo, contrito, dove si deve stare e fare e saper stare e saper fare, al proprio posto, senza sapere che posto, usando i posti non presi e disponibili degli altri, ma dov’erano tutti? Se erano disponibili e gli altri?
Perché nessuno aveva un ruolo in quella forma e tutto era mischiato nella famiglia con la forma senza un perché per comprendere la sua particolare forma. Magari sformarsi, non tutte le famiglie devono per forza avere una forma.
Era una famiglia impastata dalla sabbia, dall’acqua e dall’abbandono, antico almeno quanto il dolore del mondo quando decise di ruotare in un posto dell’universo da solo, un posto che sa di forsennate corse a piedi nudi sull’asfalto mentre qualcuno che ami ti abbandona e se ne va via, di stupri, volpi giovani e belle e biciclette, bruciate sull’altare dell’unica chiesa senza perdono, una famiglia di speranze inorridite, silenzi e urla, parole lontane spezzate dai falchi, di forme sbattute per terra e di pezzi di vetro tra le mani, di ragni scuri sulle cosce, di mutande lacerate, di tegole rotte. Di pasta di mandorle amare e miraggio, la famiglia senza forma aveva le sembianze di una vipera travestita da luna, dea lucente e precisa e sinuosa, e da ovunque la guardassi ovunque, sulla sua punta sapeva essere perfetta. E davanti alla perfezione nessuno si chiede come, né della minestrina vaglia se il coltello o l’apriscatole, o forse un frullato di interiora fegato e cuore.
Era una famiglia che camminava su un filo stretto stretto e alto mentre piove e hai gli occhiali sporchi e devi solo e non sai come, lì tra due grattacieli messi per verticale attaccati con la colla e il biadesivo.
Era una famiglia senza le confezioni formato famiglia senza le cene di famiglia senza gli abbracci di famiglia. Perché famiglia è solo una cosa. Invece volavano oggetti, gatti, bambini, cose, persone. Volavano schiaffi, insulti, sputi parole. Non è che non esisteva la sua forma, che dici, con la non esistenza comunque ci fai i conti.
Esisteva, eccome se esisteva. Fin troppo a volte.
Aveva il pieno saturo all’interno e il vuoto di un silenzio macabro attorno.
Nessuno in quell’ attorno, pareva sentire.
Ma dov’erano tutti? Da fuori, ti faccio sentire. Non percepisce suono alcuno, nessuno.
Ognuno col proprio dolore si sbuccia la vita le proprie ginocchia, le porprie persone. A chi importa il destino di una Monzetta e del suo guscio? Mai avuto, e se avuto era stato schiacciato dal peso di una grossa scarpa di montagna lasciata cadere da un dirupo.
Era tutto spigoloso in quella famiglia. Cunicoli senza curve, profondi solchi claustrofobici a picco sul nulla. Spigoli appuntiti, pieni di veleno e ruggine, e riso scotto, e ossa rotte, sangue vomitato le domeniche di sole. Lame taglienti ghiacciate tra i denti. Non senso, mai dissenso.
Chiodi. Il canone di bellezza di pensiero e di respiro ruotava a triangolo attorno al chiodo, chiodi belli se facili da maneggiare da gestire controllare con tutta la libertà del mondo. Sottili, affilati, dritti stretti. Sottili affilati denti stretti. Sottili affilati privazione sofferenza resistenza. Potenza. Droga. E di nuovo sottili affilati dritti stretti. Sottili affilati denti stretti. Privazione sofferenza resistenza. Becchino.
Grasso morbido tondo formoso polposo, cinque insulti di cui Monzetta si circonda, ogni giorno. Dentro di sé. Accanto a sé. Denigrare ogni giorno di insulti sulle cose tonde era quello che normalmente era normale sentire.
Si dice che quella famiglia senza fame né famiglia, continui ancora così, a morire della sua deliziosa morte.
Monzetta invece è tonda. Ama tutto tondo. È una monzetta appunto. Famiglia è un termine difficile da dire. Perché contiene la parola fame e meraviglia. Desiderio. Amore. Sicuro.
La parola fame, in quella famiglia, senza fame né biglia, era proibita.
Monzetta ancora non l’ha detta.
Anche se ormai è grande. Ma la vita, quella vita le è sempre stata stretta. Ti amo famiglia, a forma di fame di amore di casino e di biglia.
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