L’anno che verrà
È questo, è nostro, e se ti avvicini e accarezzi dolce, senti che sa di Bufalo, inizia dal 13 questo qua
Filo su gioia, tanta, e altrettanta prosperità
La gioia di fare la cose, di esserci, persone, ed esser fastidiose.
All’anno concluso, a quel che sarà. Dove le donne vivono libere e gli uomini commossi, di casalinghi swiffer alla mano e biberon, meccaniche scienziate ed elettriciste, di segretari in rosa cipria e suore che celebrano messa. L’anno del cuore, dell’occupazione e della comunicazione non aggressiva, l’anno dei badanti e le primarie di reparto, di ascolto e incanalato orgoglio e pubblicità sulla disfunzione erettile mentre le vagine non hanno prurito ogni due per tre e bevono birra al pub e ballano, fregandosene, fino le tre, che gli amici maschietti sicuri della loro mascolinità fanno shopping e la spesa e si occupano dei bambini da mettere a letto alla sera. E gli eterosessuali fanno coming out e le prostitute non sono categorie ma umane. E gli stipendi, nell’anno del bufalo, sono legati un po’ più in alto a ciò che portiamo nel portafoglio e nelle mutande.
Si sente che è capodanno, è una delle feste che amo di più. È speciale, proprio perché che io ricordi, non ce n’è mai stato, per me, uno tale. Alcun buon anno, né primo dell’anno. Passaggio simbolico, mistico e sacro, rinnovo. O forse perché non è mai coinciso con un cambio. O forse perché molti di noi per quel rinnovo ci lavorano tutta la vita. Per far sembrare sempre tutto così facile ci vogliono anni di lavoro, cura dedizione, un po’ ci nasci. Un po’ perché ti va.
E sono festaiola ed ogni occasione per celebrare è buona, ed è quello che mi piace pensare.
Si sente che è capodanno, inizia l’anno nuovo, quello del Bufalo. Il topo, lascia spazio.
In tutti i sensi.
A qualcosa di più pesante, di solido, di importante ed ingombrante. Fastidioso, testardo, prorompente e appassionato. In prima fila. Tosto. Morbido. Stronzo.
Si sente che è tempo di rinnovo, di pelliccia, di stazza, di gamba. Come la prima volta. Quella in cui ho capito che dai tacchi non sarei voluta scendere più.
Forse mi ricordano tutto quello che avrei voluto. Quello che tanto desideravo e non ho potuto. La vista lassù è più bella. Quella in cui mi sento felice di essere e stare così come attaccata per terra a forma di pigna. Ma come mi va.
Finalmente fallendo, felice, fallendo in tutto ciò che ho tenuto, investito, sperato, voluto curare, cambiare, detestato. Sofferto.
Si sente che è capodanno, e a gamba tesa, è così che noi ci entriamo. Nonostante ne abbia sentite, me ne abbiano dette, che fa.
È capodanno, e tra un acciacco e l’altro, tra un malanno ed uno scappa, ti prego, con quelle gambe, più in là, il Bufalo è amico del Toro e dell’Ariete, nell’altro calendario. Che sia da un letto, che sia dal mare, col sandalo, il pantalone, nel bosco, mendico e canto, un cappello, una coperta, le mutande, un’uniforme, oggi, domani, chissà.
Noi cocciuti, ancora qui, non passa un giorno che tra le lacrime, inguaribili, festeggiamo.
All’anno che verrà 🐃 questo nostro, questo qua. Romantico e dolce, di un sogno, taglia e cuci. Innamorato.
A ognuno di voi, buon anno.
Gentili e meticolosi, con l’amore per voi stessi. Che il sole vi avvolga, di colore e cuccia, di rosso festeggiante.
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