Fiore di lana

Di moccio e di pantofole
Filo su lana cotta, siamo andati dal sarto

Me lo son ritrovata davanti, stamane che era alba, tirava un gran vento, le luminarie, instancabili lavoratrici della notte per il tempo esclusivo in cui l’uomo pretende di averle tutte per sé, durante quel lasso di buio che egli chiama festività, nonostante fossero ormai spente e in disuso, stavano ancora lì, ad aspettare, appese e sottese a un volere inespresso, che con garbo e con grazia tacevano, mai un lamento, attente osservatrici del giornaliero scarpinare umano, ballavano su di noi un lungo tango, prese e riprese, giravolte e casqué, ma noi eravamo giù, fermi, ballerini del giorno tremanti e tramortiti, a lottare coi mostri e i nostri guai.
E lui lì tondo a più riprese, davanti a me, era lì, tra i miei occhi, e le mie ancora possibili commozioni, tutto bagnato.
Si è piazzato davanti alla soglia e con coraggio ha suonato, ma Monet, stavolta, non ha abbaiato.
Sono scesa di corsa con le pantofole di pelo rosa maialino piccolo con i fiocchetti al lato, quelle calde, aspettate e desiderate quanto un diamante il giorno dell’anniversario. Le mie prime pantofole morbide di pelo rosa maialino piccolo coi fiocchetti di lato che avrei voluto venissero in dono da un cuore libero e dolce, ma alla fine, con orgoglio il coraggio me lo son presa, il merito me lo son data, la dolcezza l’ho accarezzata e me le son portata a casa queste prime pantofole della vita alla vigila del giorno rivoluzionario, dopo due ore di lotta contro il sintomo sono uscita dal supermercato gloriosa ed orgogliosa, stanca ma vincente, e finalmente non fu una Caporetto, loro, morbide e rosa non erano quelle di sempre, le pantofole rigide che si devono mettere perché è giusto, doveroso, ovvio, scritto e definito, deludente e sano mettere.
La mantella, il pelo rosa, Monet in braccio, i miei occhi stanchi, c’eravamo tutti in quell’alba che non aspettavo.
Perché ci sono albe e albe, in questo periodo le bacche son forti e ho bisogno di dormire.

Sulla soglia. Aveva suonato proprio alla mia porta. Lui.

Un fiore di lana. L’ho subito scoperto da come aveva suonato il campanello.
L’ho guardato, era tutto bagnato. E col moccio, raffreddato.
Allora l’ho preso in braccio, l’ho coccolato con un asciugamano grande di quelli del mare grande e gli ho fatto la minestrina con le midolline n.24.
A colazione, si esatto, e poi si è addormentato.
Mi ha detto che aveva voglia di fare una passeggiata ma poi l’aria è scesa tutta giù dal cielo e non aveva lo scacciacqua. Così tutto il fango il freddo il vento e la pioggia gli sono entrati dentro il gambo, la corolla e anche sul naso, senza l’impermeabile che scaccia via le cose, anche l’acqua salata delle onde del mare, quella che fa male se ci metti un gambo spezzato. Frigge. Frigge tanto.
I balìa delle intemperie degli scherni e le prese in giro dei gigli gemelli.
Ma lui è una fiore di lana, un rarissimo fiore di lana. Dei pensieri dei principeschi gigli gemelli, delle orchidee del gelsomino sottovaso o del geranio sotto il naso non gli importava e non gli importa nemmeno ora, mica tanto. Lui lo dice ma ci soffre tanto. Lui era un fiore di lana e come ogni fiore di lana era uno che assorbiva l’acqua le lacrime il giudizio il paragone la colpa il caos sotto sopra e attorno alla corolla e al gambo. Il buio e la negazione di tutti quelli che lo annusavano. Perché è raro trovare un fiore di lana.
Me lo sono trovato davanti, oggi che era l’alba. Mi coccoli che sono bagnato ho il moccio e sono stanco?
Non ci pensava mica che così facendo, sempre sempre, si ammalava!
Quando si è svegliato gli ho detto non devi assorbire più niente, sei nato di lana ma non puoi salvare dai casini la gente, andiamo dal sarto, e ci facciamo un impermeabile su misura fino a giù, da petalo a gambo.
È nato di lana questo fiore sbocciato. E pensava che fosse normale assorbire tutta l’acqua avere il moccio il raffreddore mai mangiare e vomitare!

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