Cassa 9
Voce del verbo imbustare
Filo su psicologia sociale
Se vai tre giorni in cassa nove la vita, dopo, non sarà come non esserci mai stata.
In cassa nove sei te stessa. Brilli di luce a ogni respiro, a ogni buongiorno buonasera si figuri non si preoccupi faccio io, trovi il senso di esistere.
Vedere quegli occhi sorridere. È esistere.
In cassa nove il rullo non funziona, e già da principio si vede che è proprio tua, quella cassa. E allora sposta che ti trasporta, spingi sul noir carpet, i malcapitati, fino al lettore. Alla scatoletta di tonno viene meglio che rotola, ma ai gamberi congelati per sopravvivere alla terza guerra mondiale no, quelli non vanno né avanti né indietro e rimangono tettari tettari finché non ti avvicini allungandoti a prenderli e trascinarli nella borsa frigo, se sono di quelli altolocati tenuti bene, sennò nella busta di plastica. Anche all’iceberg viene bene e al melone, l’uva invece si pianta, come le mozzarelle. Le scatole della pasta lisciano la discesa col cartone, ma quelli che si divertono di più sono i pelati nei rullini appena dopo essere stati schedati sull’imminente scontrino.
Tutto accade in pochissimi secondi, pochi minuti, tra lo sconforto la lagna la stizza la rottura di palle di chi aspetta in fila, dietro, e chi deve pagare il conto, davanti.
Se vai tre giorni in cassa nove la vita, dopo, non sarà come non esserci mai stata.
Che siano benedette quelle mani che cliccano veloci sullo schermo, parlano al telefono per risolvere i problemi, sul filo dell’insulto che vola implicito a ogni secondo buttato per chi in fila impreca e l’esigenza di fare bene il proprio mestiere, mentre ognuno di noi, come al casello, vuole subito, pretende immediato, richiede sempre, grugnisce comunque, lamenta ogni cosa, se la prende con chi non può sapere, però è lì col suo servizio e la sua storia, i suoi anni di esperienza mentre con le nostre rabbie le nostre stanchezze prive di umanità paghiamo noncuranti, fossero solo un grazie arrivederci messi insieme a toglierci tempo ed energie.
Non sfruttiamo l’attesa, la coda, la fila per stare in silenzio sui nostri pensieri, anche da stanchi le energie per innalzare la pretesa che il nostro tempo sia sempre più prezioso di chi abbiamo accanto di fianco, davanti, non ci manca mai e che il passaggio su quegli occhi che da ore ripropongono lo stesso scenario due volte ogni cinque minuti per un giorno intero sia privo di significato. Non si preoccupi, aspetto. La rispetto. So che sta facendo il possibile.
Se vai tre giorni in cassa nove non esci da lì uguale a prima. Perché quello che fai e che sei, lì in cassa nove, dice molto di te.
In cassa nove gli studi sociologici sono alla portata di ogni dettaglio che balza all’occhio attento di chi recepisce ogni minima sbavatura.
In cassa nove tutto ritorna.
Torna l’infanzia rubata alle grida, torna lo scricciolo ricciolo che da sempre sa imbustare fare i tetris dividere per prodotto e usare meno spezio possibile, elaborando gli spazi, risolvendo problemi geometrici, pensando caricando e scaricando il più velocemente possibile.
Non sgarrare. Non sbagliare. Non peccare. Mai.
I supermercati, dinosauri così belli, da osservare, da ammirare, da passeggiare, tutto in fila illuminato, coccolato, pesato, confezionato, pieni d’ogni bene, vorrei darne un po’ a chi non ne ha, vorrei metterne uno vicino a quei posti in cui non si arriva mai, come i miei, pensava così lo scricciolo ricciolino.
Lo pensa ancora adesso. Con qualche malinconia in più.
Torna il pensiero è sempre Natale, come bello il Natale, in cassa nove mi sembra sempre Natale.
Torna la sete, il freddo, le serie di 20 estati silenziate dai carrelli pesanti, il carico e scarico merci.
L’unica gioia, l’unico istante di quell’unico insieme voluto e negato.
Torna ogni esempio ai tuoi studi, affondando la mano l’ennesima volta nell’antro dove tutto pare possibile: quello che siamo davvero, animali di pancia con un po’ di intelletto, animali evoluti vogliosi di essere accolti e capiti quando imparano a fare qualcosa per la prima volta ma che esigono competenza da chiunque abbiano davanti, senza contesto, senza passato, con un solo presente che appaghi loro stessi nel migliore dei modi, il modo loro, e nel più breve tempo possibile secondo l’unica possibilità, la loro.
In cassa nove è la fragilità umana ad esser di casa, e la spocchia, la ricerca di conforto, la transumanza, le colonne indiscusse. Come il consumismo. I gusti. Le debolezze. Le famiglie. Le amicizie. Le solitudini. Le carte, i buoni pasto, i contanti degli anziani. L’ansia e la paura di non arrivare a fine conto, il sudore percepibile solo da chi sa cosa significa, quel tonfo allo stomaco non legge la carta, transazione negata, non è disponibile, il buono pasto non si può usare, persone sole. Divida il conto. Tolga i gamberi. Le pere scappate. Le tempestine esplose e lo zucchero è ovunque da sniffare. Le scelte culinarie. Le famiglie allargate. Cose, cibi, cibi, cose.
Ma davvero abbiamo bisogno di così tanto ogni giorno?
E ancora che arriva e passa e va via e ancora che arriva e passa e va via, qualsiasi tipo di bene, di prima e seconda, sesta necessità.
Anime vaganti piene di ogni cosa, bisognose di tutto, realmente di una sola, il conforto.
Anime vergini di amore, e di tutte le mancanze che la vita ci regala, colmiamo ogni buco, intersizio voragine, terrore del presente, del futuro. Legame gioia condivisone. Mentre in cassa nove si espandono pensieri persone sudore.
Ma si muove? Devo andare. Non serve mica la laurea per fare.
Ma ce la fa? Ma si rende conto. Non è mica un chirurgo in sala operatoria.
Quante volte non esitiamo a dire, davanti a qualcosa che a parere nostro è banale e facile stupido e che in automatico si dovrebbe saper fare, esclamiamo così, ma non ci vuole mica la laurea!
Per stare in cassa nove la laurea forse non serve, è vero.
Serve tenacia, attenzione, rapidità, intuito, pazienza, tanta e insondabile pazienza, attenzione, catena di montaggio, attesa, rimprovero, spiegazione, telefonate all’accoglienza, blocco, assistenza, codici, richieste tempestive, soluzioni a dubbi, certezze poche, stanchezza tanta, nervi saldi, numeri, scontrini, bollini, sconti, parlare ai silenzi ai rigurgiti delle persone, alle mancanze di rispetto, alle cose che non vanno, alle pretese, che tanto cassa nove sta lì che tanto cassa nove deve. Come automi passano i clienti, ingranaggi arrugginiti oleati dal perbenismo dello striscio delle carte, si vuol muovere? ho una vita che non so di poter vivere.
Se vai tre giorni in cassa nove la vita, dopo, non sarà come non esserci mai.
Se vai tre giorni in cassa nove la vita, dopo, non sarà come non esserci mai stata. Forse è vero non serve la laurea, ma serve per dar da mangiare a chi ce l’ha la laurea e a chi non la ha. E senza quel tassello non mangi neanche tu, che pensi che ogni mestiere va saputo fare secondo un riconoscimento. Perché al contrario sei stupido e vali di meno.
Sai che il ritorno di cassa nove te lo dà quel lavoro che tu ami, a contatto con le persone, che solo per due rughe di sorriso un secondo al giorno, sei pronto a dare tutto quello che sei, con quello che fai, con quell’invisibilità totale che chi conosce sa quanto è preziosa. Ma che senza quella, se manca. Buca ogni cosa. E ve ne accorgete tutti.
Davanti a cassa nove vi dico un segreto, siete davvero tutti uguali. Cambia l’arroganza con cui passate, e il conto che presentate. Ma siete tutti uguali, fragili e alla ricerca di appagamento, spezzati in voragini diverse ma convergenti nel medesimo arrivo. La solitudine. La felicità. L’amore.
Che il capitalismo se la ride, a gambe incrociate.
E ci guarda, compiacente.
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