Dodiesis
Coraggio, vivi
Filo su dodiesis. che era un rebemolle
Dodiesis era tondo e nero, col ciuffetto sugli occhi, aveva fatto il classico, cravatta sempre stirata, gessato era gessato, ligio all’imperativo categorico del si deve, attento, altruista, diplomatico.
Dodiesis non viveva una Vita serena. Lavorava. Uggioso e contrito.
Dodiesis, pure pedante, un tantino.
Dodiesis accalappiato e avviluppato tra le righe, e i gli spazi, i nodi del suo ruolo. Dodiesis, che se era bravo a fare una cosa, la volta dopo doveva farla meglio, e poi ancora meglio, sempre meglio, per non deludere nessuno. Come se al muso gli avessero appiccicato un esponente. Come si richiede sempre a quelli che fanno le cose per bene. Che se un giorno non le fanno per forza sullo standard a cui gli altri sono abituati, non valgono più niente.
Dodiesis, la sera, mollava le maschere, i si deve, l’attenzione ossessiva e i gesti compulsivi. La pedanteria, il grigiore, sotto la scrivania, la gessata la-lanciava-a-casino e si lasciava spazio, facendo si che tra i suoi pensieri scorresse l’aria e la corrente.
Poteva essere se stesso, poteva amarsi, poteva fare quel che amava fare davvero.
Rebemolle.
Rebemolle, calato il sole, prendeva la scena.
E diventava rosa.
Rebemolle di paillettes, Rebemolle di gioia, musica e aromi, ombretti pastello, sensualità, amore appassionato e seta orientale, di notte, quando anche i desideri più nascosti possono affiorare dall’olio esausto di un quotidiano mal sopportato, sotto il velluto trapuntato di stelle, tra il movimento di quei tacchi a spillo che non fanno mai male quanto i baci respinti e non dati, mentre ogni sera, la vita vera, i fianchi e le caviglie, di Rebemolle, cingeva.
Chissà perché proprio alla notte, consegniamo la nostra anima più nuda, più spezzata e più vera, chissà perché releghiamo alla sera i nostri sogni più vividi, quelli intoccabili, quelli di cui ci vergogniamo, chissà perché non dedichiamo il limpido cielo e il sole più giallo a quel che la luna coccola a sé, chissà perché abbiamo difficoltà a mollare sui nostri giudizi, caustici, e quelli altrui, corrosivi. Chissà perché durante la giornata, facciamo fatica a permetterci lo spazio che meritiamo, investendo raramente su ciò che siamo. Su quel che aspiriamo e amiamo fare davvero, riversando le energie che abbiamo tra le aspettative di quel che il mondo pretende da noi, come incastrati, asfissiati dalla stessa aria che respiriamo all’infinito, un po’ vittime e un po’ vigliacchi, un po’ ciechi un po’ ignoranti. Una vita che suona sottovoce la musica delle ossa e della carne, ma sa rimbombare a volume alto il tormentone delle maschere del benestare, loro che, spente le luci non trovano più volto, cadendo, in mille pezzi sul suolo. Lontano dalla prestazione, dalla lode, dalla distruzione.
Il chissà perché regge poco.
In fondo lo sappiamo, il perché, nostro e personale, e se non lo sappiamo, lo agiamo.
Molti non hanno la fortuna di scoprirsi. Di fare della vita un posto buono dove restare.
Perché siamo fragili, insicuri ed incompleti, e la sera pare accogliere meglio la nostra linea spezzata, la dolce e selvaggia fantasia, lontano dalle righe su cui aggrappare le nostre superficialità, e contenere le nostre profondità abissali.
Le cose che non abbiamo il coraggio di dire nemmeno a noi stessi stanno alla notte, come la sopravvivenza che protraiamo come riusciamo, sta al giorno.
Esseri desiderati desideranti e desiderabili.
La notte, mamma moglie sorella amante, ci giudica meno, col suo manto di luci e di velluto nero.
Con la sua nicchia di disarmo e passioni, da sempre respinte. Magari un giorno, riuscire ad invertire la rotta.
Rebemolle anche tu.
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