Dis-abitudine
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Filo su presa di posizione
Chi nasce nella violenza, chi cresce nella violenza, molto spesso cerca violenza. Confondendola con l’amore.
L’abitudine è qualcosa con cui hai a che fare tutti i giorni, e credi dunque, normale, giusta. Giusta perché normale. Normale perché pensi sia giusta.
Ma è solo qualcosa a cui sei abituato. Che sa di familiare. Di toccabile, impastabile, da te, per te. Ma poi scopri, nemmeno così tanto.
L’abitudine travia i significati, appiattendoli al costume del va così, impasta le anime e i corpi, distorce la verità, oscura bellezza, le opportunità, la cura e l’attenzione per il proprio essere, e per le persone.
L’abitudine crea assuefazione.
Se vedi qualcosa tutti i giorni, fa meno paura, ci familiarizzi, l’occhio si abitua, il naso si abitua, ciò che è rancido in bocca, giorno dopo giorno, appare persino dolce e salutare. A volte ti convinci. A volte è l’unica soluzione, adattarsi a zuccherare l’acre, per sopravvivere.
L’abitudine trascina le masse di roccia e di spada credenti, che fanno, del loro mondo, metro fedele e obbiettivo per tutti gli altri mondi, che fanno, del proprio modo di vivere, bussola universale che punta ai propri tacchi, i quali siano di esempio, ed anche legge possibilmente, per tutti gli altri.
Senza responsabilità, scaricata sui mondi degli altri come colpa, reiterata abitudine.
Come l’altra fetta dell’abitudine, senza responsabilità e tutta colpa, scaricata su di sé, reiterata abitudine.
Di vedere bellezza e felicità nei mondi degli altri, perché il tuo è pieno di tutto e mancante di ogni cosa.
Chi nasce nella violenza, chi cresce nella violenza, molto spesso cerca violenza. Confondendola con l’amore. Perché scambia i vetri rotti per carezze, crede che tutto quello che subisce sia giusto, crede che quello sia un modo per volersi, per amare, per amarsi.
Crede che quella sia la normalità, la prassi, il resto sembra non interessargli, non gli importa, chi vive di violenza sin dal grembo materno impara a trasformare candeggina in acqua fresca da subito, la sente, la percepisce, la vibra, la fa sua nelle ossa. Pensa che sia il suo unico mondo possibile. Perché lo è.
Poi molto presto, la scoperta. È uno dei tanti mondi possibili.
Ma non sono per lui. Sono di altri, lontani, utopistici, non tangibili, un’altra vita. Quella degli altri. Che più vedi e puoi toccare più non puoi prendere, tranciando lacrime dentro alla gola, alla parola e al diritto di meritarsi qualcosa.
Chi nasce nella violenza, chi cresce nella violenza, molto spesso cerca violenza. Confondendola con l’amore.
Nasce, cresce, si fa grande in quel suo unico mondo possibile, che tiene in alto come diamante.
Se quello è un modo per volermi bene, per essere voluto bene, allora cercherò quello, perché io sia voluto bene.
Per non farti adirare. Perché tu sia fiero e appagato di me.
E nonostante capisca più o meno presto che non è il mondo che vuole, la bestia, la sintomatica scelta è lì che attira e attrae, perché tu sei abituato, perché sai che la puoi reggere, sorreggere. Subire. Cambiare. È normale.
La causa sei tu.
Quel modello lo conosci, è il tuo, sa di famiglia, familiare.
È il tuo, personale, gelosissimo, intoccabile dramma famigliare.
Chi nasce nella violenza, ai compagni di scuola, se ha la fortuna di andarci, agli amichetti o agli altri adulti non dirà mai di trovarsi in difficoltà, di avere paura, di non sopportare le grida, le brutte parole, gli abbandoni, le botte. Creerà con tutte le energie che ha, un nuovo mondo di minimizzazione, complementare, dolce e mancante a specchio, che faccia risplendere quel che lui desidera per sè, sposandolo, dandogli da mangiare, condividendolo come il miglior mondo possibile, il suo, filtrando quel che è necessario che da fuori si percepisca, quel che è bene si trasmetta, quel che è e si deve dare a vedere, giusto per l’età e la sua vita, quella bella al mondo, e allo stesso livello dei mondi degli altri. Dei genitori degli altri, delle case degli altri. Dei sorrisi e dei baci degli altri.
Che sia piccolo scricciolo. Che sia adulto grande.
Sarà quel mondo fittizio a fare il suo mondo, anche per tutta la vita, che reggerà, tenendo con mura di carta bagnata, con le unghie e con i denti se stesso e chi vi orbita attorno. Proteggendo persone, incastri. La morte. Nascondendo sotto il tappeto arma pericolosa che non smetterà mai di autoalimentarsi. Mentre racconta ed entusiasta vive, come vive chi parla del mare quando ha visto solo monti, mucche e neve.
Mare idilliaco. In cui tutto è buono e giusto. Non come il tuo. Che sei stanco. E non lo sa nessuno.
Sapere di mondi che esistono ma non possono appartenerti, ti rende ancora più tenace e tosto a convincere te stesso e gli altri che quel mondo tu lo hai, perché hai le risorse, ami la vita, sai fare magie e niente ti fa paura o da ostacolo, pur di sentirti come gli altri, accettato, dentro una casa, in cui le persone si vogliono bene, esausto di tenere in piedi un macabro teatro, da non ammettere mai, nemmeno con te stesso, perché se non lo reggi tu quel teatro, chi lo fa? e sei felice, sul bagnasciuga degli altri, pur vivendo con le dita nel ghiaccio, in punta al Monte Bianco.
Chi si nutre di violenza, latte e biscotti crede di essere colpevole e responsabile di ogni azione, di ogni pensiero che dal mondo dell’altro piomba sul tuo.
Che il latte lo beva dal biberon, dalla tazza, dal brick, nel caffè, non importa, sarai convinto che un motivo per essere in torto c’è sempre. Abitudine.
Chi cresce nella violenza si tuffa dentro il cerchio del più acuto egocentrismo.
Chi cresce nella violenza ha paura che qualcuno se ne accorga. Allora inventa, non ha scelta, quell’invenzione del va tutto bene stiamo tutti bene che fighi che siamo anche noi wow, fa vivere, la desidera e la vede, la sente fortissima, in quei cinque minuti di tregua.
Mentre in nome della tregua subisce qualsiasi cosa.
E non perché non sa sottrarsi. Anzi.
La famiglia, lì dove ci si vuol bene. Non è per tutti, e non è da tutti, chi cresce nella violenza odia la sua casa tanto quanto l’amore che vi vorrebbe. Sognando la sua, da grande. Da grande, se ha la fortuna di diventarci, grande, odia tanto la sua casa quanto il fatto di averla, perché deve funzionare bene, altrimenti sta fallendo un’altra volta, come in quella in cui è cresciuto e non ha potuto fare niente. In nome di quella casa che tanto desiderava.
E poi ci ha trovato, invece, come dentro l’uovo a Pasqua, la violenza, che non pensava.
Una volta, due se si salva, tre se è benedetto da qualcuno molto forte. Stando. Subendo. Risolvendo. Facendo quel che è abituato a fare. Compiacere. Essere rimproverati per averlo fatto. Silenzio. Delirio invalidante.
È vero. Chi cresce nella violenza pensa sia quello il mondo che si merita. E per sistemare il modo in cui si è cresciuti perché la propria storia possa finire meglio del suo dramma, la si risceglie, spesso.
Sebbene sia l’ultima cosa che cerca, e che vuole.
Ma è cresciuto sapendo che vale troppo poco per un mondo in cui si ride. E che vale troppo poco la sua vita, rispetto a quella degli altri. E che non si merita niente se non lo paga col prezzo della vita. E che non è all’altezza di nessuno, se desidera fare qualcosa. Ma tanto chi cresce nella violenza non sempre riesce, può e si permette di desiderare. Ha altre cose più importanti da fare.
Come sopravvivere, proteggere il nome, le persone, fare tutto nel tempo e nei modi degli altri.
Diventare campioni, meglio degli altri. Parlare, meglio degli altri, essere, meglio degli altri, ma mai come si è, veramente. Non c’è tempo per incontrare sé, conosci te stesso attraverso gli occhi degli altri, importanti, fondamentali. Che verità sanno. E sentenziano. Intoccabili.
E poi ci attacchi tutti quelli degli altri mondi.
Sperando sempre di accontentare, curare. Sistemare. Non dare disturbo. Possibilmente sparire, lasciando solo l’ombra, se non è troppo ingombrante.
Non c’è tempo per capire come e cosa si pensa. Perché si deve pensare agli altri, a te, in funzione degli altri.
Non è mai il momento per stare insieme, mangiare ed amarsi, in un tempo vuoto, fermo di cose, ma pieno di persone.
Lavoro, sentenza, disciplina, violenza, vortice. Silenzio. Ripetere.
Ottimizzare, per lavorare su ogni cosa. Anche sui respiri.
Chi nasce nella violenza, chi cresce nella violenza, molto spesso cerca violenza. Confondendola con l’amore.
È vero.
Si pensa ripetizione infinita, che da sola non si ferma. Si pensa condanna. Immutabile certezza.
Ma non lo è. Si può fare qualcosa. Si soffrirà il doppio, e non ci saranno garanzie, ma si guarderà in faccia un mostro complicato e difficile da addomesticare, da annientare se non lo si guarda nel muso.
Ma si può, se si vuole, far qualcosa degli abissi più neri e dell’abitudine più bastarda, se si vuole si può, avere una vita propria degna di essere chiamata tale, quella che ognuno di noi si merita, nonostante la vita alle spalle, al presente e a futuro incerto, una vita anche solo un pochino meno schiava della colpa, dell’abitudine. Ma sta dall’altra parte del terrore e del dolore, dei detriti e della mondezza. Coi quali fare un ponte.
Soli ma non da soli.
Il coraggio sta nell’aprire una fessura, una crepa, un piccolo lembo in cui qualcosa non si controlla più, lì dove entra una luce diversa da quella reiterata di cui si è sempre stati abituati. Quella di cui si ha terrore. Ma salva la vita.
E per molti, è in silenzio, la scommessa, di un’intera vita. Capace di risuonare potentemente all’esterno. Spesso a propria insaputa. Sottoforma di amore e di stelle.
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