Resurrezione III
Racconti a scaglie
terza parte. fine
[…] lei non voleva fermarsi.
Patriottismo e generosità hanno fatto di lei la carne, mentre il denaro per
mantenere tutti non bastava mai.
Passare le notti nelle industrie nucleari leniniste diventa presto un dovere,
dove è lei a controllare le fuoriuscite di radiazioni, mentre di giorno le gare
e la gioventù da allevare le riempiono la vita: raccogliere dalla strada, dalla
fame e dalla morte certa e fare di ogni disgrazia virtù: capolavori di uomini
e di donne forgiati di sport come diamanti. Come coi figli, entrambi sportivi
e studenti universitari, il primo diverrà insegnante di storia, il secondo
talento nella vita e un grande campione: specializzatosi in atletica leggera
dopo gli studi in scienze motorie, dal corpo statuario, leggero e tenace a
qualsiasi sforzo, plasmato da qualsiasi pratica sportiva, gli allenamenti
all’aperto a meno trenta gradi sulla neve, le scarpette, i pantaloncini e un
pugno di sogni intrisi di inguaribile ottimismo hanno da sempre spronato il
cuore di Oleg a lottare e andare avanti, come sua madre, a pulsare, ad ogni
costo, a non gelarsi nel petto. Dai 110 ostacoli ai pesi, dal decathlon alla
danza: i 400 ostacoli.
Negli anni Settanta diviene campione dell’URSS più e più volte. In una
realtà sportiva impregnata di politica, corruzione e favoritismi, compete in
tutto il mondo ma la carriera sarà per lui fin troppo breve. E il lavoro non
aspetta, lassù, in Siberia. Quando le gare più importanti, dalle convocazioni
olimpiche alla costruzione di intere carriere avvengono tra un sorso e l’altro
nei vapori delle più belle saune sovietiche, per molti non c’è posto. Neanche
i tempi cronometrici permanevano negli anni, arrotondati per eccesso o per
difetto quanto più dall’alto poteva aggradare.
Ma Asja non ha mai smesso di lottare, nonostante tutto.
E quando era stanca e non ce la faceva più lei sapeva che era quello il momento giusto per rialzarsi, il tempo era troppo prezioso per gli altri.
A settant’anni il suo viso è quasi irriconoscibile. Solcato, bruciato, invecchiato dalla vita, stanco. Ma non il suo entusiasmo di vivere. Anche se gravemente malata non si fermerà mai, morirà nel ’98, col suo col suo zaino, la sua gonna, i suoi pentolini, indaffarata come sempre, nel suo piccolo orticello in campagna, pochi giorni dopo essere riuscita a vedere per la prima volta la sua prima e unica nipotina.
Ha consacrato tutti i suoi sogni agli altri, sempre più importanti di lei, eppure è stata da molti, presto dimenticata. È tutt’oggi difficile scorgere tra le silenziose betulle anche un solo fiore sulla sua piccola lapide.
Non avrà forse ispirato centinaia di generazioni a venire, il suo nome non avrà calcato i libri di storia, ma la storia, è certo, l’ha cambiata a molti.
Forse troppi, per essere stata lei sola.
A lei che non interessavano le medaglie del regime, il denaro, il successo,
ma la dedizione, l’amore per l’altro, lo sport e i sorrisi dei suoi ragazzi.
Come un angelo è stata per molti e come un angelo continuerà a vivere
nelle vite che ha cambiato. In continua resurrezione, come significa, dal
greco, non a caso, il suo nome. E come tale, ispira la vita di chi l’ha
incontrata.
Grazie Anastasija.
Per averci fatto fermare e riflettere nel tuo ricordo, sul mondo viziato,
egoista, lamentoso e stanco, che noi stessi spesso alimentiamo.
Grazie del tuo coraggio nonna (da baba, in lingua, bisnonna).
E scusaci, se puoi.
“Sii entusiasta, positiva, appassionata. Più che puoi.
Perchè ridere è l’essenza di tutto. Ridere è come mangiare un chilo di carne“.. é così, che amava ripetere, ed è così che si sente cantare ancora nei giorni di
sole e di neve, tra le foglie del melo che dà sul suo piccolo orto di campagna.
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