Credo

In noi
Filo su Assia e Irene

Credo nella vita. E nella speranza. Nonostante tutto.

Mi piace pensare che quando qualcuno se ne va, II suo posto possa restare. E che di quel posto che ogni giorno cambia e si trasforma si riesca a far qualcosa.

Mi piace pensare che quando qualcuno se ne va si possa riuscire, a gran fatica e con grande pazienza, a dare voce alla sua anima, proprio come quando si correva insieme mano nella mano.

Mi piace pensare che quando qualcuno ti lascia senza avvertire, oltre a lasciarci spezzati per una vita intera, si riesca a dare parola a quell’assenza che si fa presenza, alimentandone il ricordo, gli occhi, i difetti, e i modi di fare.

I modi di fare suoi, e dei suoi con noi.

Riuscendo ad allontanarci, per quel che possiamo, dalle strategie tappa dolore che mettiamo in atto per chi resta, per noi per primi e noi compresi, dalle strategie soffoca vuoto per la nostra anima dilaniata, cosicché da avvicinarci, e riavvicinarci a quella persona ora avulsa dal dolore, ma che c’era, gioiosa e triste, umana, ogni giorno con noi, come era, quel che amava, quel che non sopportava, lei che un giorno se n’è andata via da noi.

Mi piace pensare che sia una forma di rispetto nei suoi confronti. Come il quotidiano passato insieme a lei. Pensare al suo bene e al suo modo di stare al mondo, più che al mio vuoto, sebbene richiedente e gridante conforto. Cercando per un momento, di vedere quella persona per quello che è stata e per quello che continua ad essere, in noi e per noi.

Un noi che di solito da fuori non si conosce.

Mi piace l’idea di pensare di più a ciò che avrebbe fatto piacere a lei, più che al noi che resta, e al nostro tragico ed egoistico senso di vuoto. Che poi è di riflesso, un modo di pensarci, al mio vuoto.

Che poi in linea di massima quel che piaceva a te, piaceva a me. Ti conosco così bene mascherina!

Mi piace pensare a qualcosa che possa includere quella persona davvero, qualcosa che sappia di lei, che sia per lei, con lei, per noi, con noi: a ciò che avrebbe desiderato. Non solo a ciò che a noi, imbranati, serve, mentre ci inventiamo lane morbide per sopravvivere, per sopperire alla mancanza in un mondo dolorante che tentiamo di addolcire, con quel che costruiamo, per provare a dare un senso a qualcosa che un senso non avrà mai.

Mi piace pensare che potremmo fermarci un instante chiedendoci, ma a lei, sarebbe davvero piaciuto, essere qui, così, in questo modo, tra queste persone? Lei starebbe a suo agio? Lei amerebbe questo o quest’altro? Se lei fosse qui, davvero condividerebbe? Ma lo avrebbe mai fatto se fosse qui in carne ed ossa? Ma questo lo faccio più per me o perché in questo c’è proprio lei?

Forse, a malincuore ci risponderemmo, tante volte, di no.

E forse il nostro vuoto, sarebbe più bordato, e anche il dolore troverebbe spazio più vero e più sincero, forse da qualche parte sarebbe più tangibile e toccabile, meno assoluto, forse umano, un poco umano.

Dando spazio così, a quello che si è stati con lei e quello che si è ogni giorno, senza di lei. A quel che davvero era ed è lei.

Ma è difficile, è complicato.

Ognuno sa. Ognuno trova.

Ognuno ci prova come può a dare voce al proprio dolore attraverso ogni modo possibile, cercando di farci i conti, col vuoto bastardo e la mancanza.

Io ti porterei a fare una lunga passeggiata tra i monti ed il lentischio, per fermarci poi sfinite su un una spiaggetta carina dove farci il bagno. Mettere una tenda e sbucciarti la mela, la pesca, l’arancia. E appiccicarmi a te perché oddio un rumore il buio fuori ci sono i mostri, vieni più in qui che ho paura. Ah, i tuoi ricci di paglia pagliosa in bocca, i tramezzini col paté d’oca per carità, solo tu. Mentre scriviamo l’ennesimo diario di bordo. L’ennesimo racconto.

Già, ma che ne sanno gli altri, della voglia di non starci in mezzo a tutta quella gente che non abbiamo mai sopportato. Ma questo è meglio che non sia dato saperlo. Resta sigillato tra di noi. Tra le nostre inconfondibili risate sotto i baffi. Cip e ciop le inseparabili, crostichia e mollichia alla riscossa, si certo la coppia angelica, precisa dolce carina e coccolosa che in vero, la peggio in circolazione, le più casinare le più matte e le più rincoglionite che ne han sempre fatte di cotte e di crude sotto mentite spoglie. Ma mentite e spoglie eh, che non immaginerebbero mai.

Si, ti vedo dalla finestra del bagno mentre faccio la doccia e rido, che da casa fai avanti e indietro ventiquattro volte la strada bianca che Eragon è scappato. E niente, anche oggi abbiamo perso l’autobus, corsettina? Ma anche no. Come ti salta in mente. Con calma e con gran chissenefrega. Quando arriverà il problema ci penseremo. Inutile ti metta ansia ora. Massaggino alla mano? Corri, ti prego. Devo fare la pipì. Ma vai in bagno no? Mi vergogno. Ehm, dimmi. Me la sono fatta addosso. Ma te possino?! La prossima volta le prendi. Ma hai studiato? Ovvio che no. E mo? Se non ho studiato nemmeno io da chi copiamo? Boh. Bigliettini? Recupererò il 4. Ragionamenti filanti i nostri, filanti come il gorgonzola che parla dal frigo, le tue lacrime per i miei regali, le risate isteriche nella classe più silenziosa che mai. A tutte le feste che abbiamo scoperto da Facebook alle quali non siamo mai state invitate. A quelle persone che ieri… E che ora.. Sappiamo..

E come dico sempre, la zuppa e il grasso te li lancio qui sì? Sì, metti nel panino. E questi? Me li finisci tu? Che la frutta della crostata no che non la mangi tu. Maledetta. Che quelle risate da lacrime tremende io così non le ho fatte più.

E non me ne vergogno più, di commuovermi ogni volta, pensando a te, al noi che non c’è più. Anche se tu lo so non sei d’accordo. Ma me l’hai fatta grossa. Ancora non sono brava, non ho ancora voglia di nessun altra accanto se non te. Ci provo, ma ho capito che per ora, è inutile forzare. Va bene così, ho imparato a rispettare. Rispettarmi e rispettarci. Solo che ora, quando ti raggiungo, chi resta sulla terra a fare la festa del mio addio? Che io di fiori, gente ipocrita e belle parole sul mio conto non ne voglio. Ma alberi e cuscini coccole gioiose. Lo stereo e le pizzette sfoglia. Come quelle di oggi, che ho comprato per noi. Due faulagge patentate.

Ad maiora Pesciolì.

Ps. Che due palle ve’? Eh lo so, non dire niente che lo so. Porta pazienza. Siamo umani, forti, stronzi e speciali, quanto fragili.

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