Sulla stessa barca?

Problemi, come tutti
Filo su zattera

Il dolore non scende a compromessi e nemmeno a paragoni. Non conosce cultura, barriere pregiudizi. Non fa distinzione di sesso etnia colore di capelli. Numero di amanti. Esperienze pregresse, master e referenze. Feste.

Il dolore non è confrontabile. Ognuno ha il suo, se vuole, pazientemente da sbucciare. E per ognuno il proprio dolore sarà il più grave el mondo.

Non c’è una scala di gravità, per la formica il piede di un essere umano è la fine del mondo, per un essere umano quel piede è solo un pizzicore. E non serve spiegare alla formica che non è così. Lei ci muore, per quello. Tu no.

Problemi? si sente dire, problemi, come tutti. Tutti hanno difficoltà, beghe ed ingiustizie, nessuna vita è perfetta, nessuna ha più gravità di un’altra. È la vita.

Passiamo la vita a dirlo e a sentircelo dire.

Tutto dipende, tutto è soggettivo, il giudizio è fuori luogo, non richiesto e non voluto. È la vita. Non ci sono paragoni.

Siamo tutti sulla stessa barca.

Si, senza dubbio. Ma fino a un certo punto.

Il dolore va rispettato, e va rispettata la realtà psichica morale culturale ed economica di chi lo prova.

Ma imparare a discernere e utilizzare lo spirito critico di cui siamo dotati è una delle chiavi principali per poter essere davvero, un po’ più umani.

Qualsiasi posizione assunta dal singolo pare lotta di supremazia per l’Altro.

Se ti permetti di palesare una difficoltà, c’è sempre chi sta peggio di te. Gara, competizione, arrivismo.

Ma tanto siamo tutti sulla stessa barca.

Se ti permetti di palesare di stare diversamente da come dovresti essere per l’Altro, sei tu, mancante. Ingrato fragile e insicuro che non ha capacità di positivizzare, di reagire, di affrontare. Agli occhi superficiali.

Ma chi ha detto che provare dolore, rabbia, vuoto, che stare non come l’Altro desidera, implica la non positività, il non affronto?

Non pensiamo mai che sia probabilmente sintomo dell’effetto opposto. Non pensiamo mai di abbassare la bacchetta della psicosofia spiccia e stare nel nostro.

Ma tanto siamo tutti sulla stessa barca.

I fighi i grati gli illuminati sono quelli che sorridono sempre, che ridono spavaldi, che non dicono niente a nessuno, che non palesano fragilità, che da eroi senza macchia e senza paura si aggirano impavidi corazzati tra noi, gli altri? Non pensiamo mai che probabilmente sia sintomo dell’effetto opposto?

Ognuno trova i suoi modi i suoi incastri e le sue modalità per superare, elaborare e sopravvivere.

Non c’è una ricetta uguale per tutti, per vivere, per sorridere e parlare del dolore. Per essere felice.

L’importante è andare avanti e sorridere sempre.. Un altro dei nostri preferiti abusanti-nausea-mantra.

Ma tanto siamo tutti sulla stessa barca.

Importante è forse avere la capacità di chiedere aiuto, di fermarsi, di averla, la possibilità di fermarsi, di poter liberarmente sorridere e soprattutto di non farlo per forza solo per non far sentire gli altri inadeguati.

Un viso malinconico non è meno forte o meno positivo di uno con un sorriso stampato tutto il giorno. Non è necessariamente bisognoso, richiedente, vittimistico, porello da comprendere e compiangere. Forse anche. Ma il giudizio sta nell’occhio di chi guarda.

A volte basterebbe sporgersi appena più avanti del nostro naso e delle nostre consuetudini per capire cosa è per me malinconia e cosa per te non è.

Non tutti comunicano allo stesso modo e hanno sulle spalle la stessa storia e gli stessi desideri, e soprattutto modi di stare al mondo. Non tutti hanno le medesime tempistiche, le stesse opportunità e gli stessi paletti dentro cui rientrare.

Ma tanto siamo tutti sulla stessa barca.

Tutto ciò che è sempre, estremo, dovere, non mette mai dei dubbi?

Importante sarebbe forse investire nella modulazione, nelle piccole dimenticanze, nell’umiltà di stare in silenzio e ascoltare. Nella non presunzione di avere la soluzione per la vita degli altri, per sistemarla, per sentirci in realtà noi stessi, meno peccanti impauriti e spaventati, mentre ci sbattiamo su storie impossibili da immaginare, e avere a che fare con la nostra impotenza, la nostra piccolezza al cospetto della tragedia ed il non senso.

Importante sarebbe forse aspettare un attimo in più, prima di elargire consigli e opinioni non richieste, e ammirare per una volta non noi stessi ma chi abbiamo davanti. Occhi profondi come pozzi che mettono a nudo le pochezze occultate della nostra di vita, occhi che raccontano storie, rughe bagnate, doloranti

e commosse, sorrisi che quando sbocciano, fioriscono di una bellezza rara, timida, delicata, non sguaiata e non presuntuosa di dover dimostrare benessere superficiale a forza. E alla fine proprio perché così poco sembianti, forse di ben-essere davvero incarnanti. Sì, quei sorrisi che illuminano ogni angolo del volto, quelli che non lo sanno che impreziosiscono come il più luminoso dei diamanti al collo, loro che da soli son capaci di riempire di luce una stanza intera.

Perché la vera forza sta nel riconoscerci umani, spezzati, e diversi.

Perché no, non è vero che siamo tutti sulla stessa barca. Di comune abbiamo il tentativo incessante di aver bisogno di galleggiare, quando ci va bene.

C’è chi ha lo yatch con le lucine, lo Champagne la compagnia e le tartine, chi la zattera cucita di sangue spago e solitudine. Alcuni hanno un vascello, altri il motoscafo.

C’è chi muore per un dito sbattuto sul timone e altri per un timone caduto sopra un dito.

Il dolore non si paragona, chi lo prova lo filtra in base alla sua esperienza personale. Lungi dal dover capire e per forza opinare, sarebbe però importante soppesare e ponderare.

C’è chi il timone non lo ha mai avuto, alcuni non sanno nemmeno cosa sia, così usano le dita. Altri nuotano, non hanno neanche una foglia di banano su cui avvolgere la vita.

Una vita nuotata non vale meno di una coccolata sul ponte di una nave, e la stessa non è da denigrare perché per forza più sporca di una piccola peschiera.

Una vita neonata affogata e non goduta non la si può paragonare a una vissuta coccolata e goduta, per un semplice motivo: la vita non si paragona.

Una non vale più di un’altra, in base alla propria fortuna, il proprio lavoro e il proprio romanzo psicologico, così non come sulla disponibilità del portafoglio.

La vita non è più o meno accettabile se rientra più o meno nei nostri canoni di giusto o di sbagliato, di abitudine, di colore o provenienza.

Però in questo meccanismo, ci sguazziamo.

La confusione mortifera è data dalla dicotomia che impone la colpa ed il giudizio del bene, del male, del normale e non normale.

I morti non hanno serie, categoria, o priorità.

La morte fa male, è tremenda dilania e strappa le budella a qualsiasi età e talvolta, in ogni circostanza.

Le difficoltà del nostro quotidiano non sono migliori o peggiori della vita che abbiamo accanto.

È importante però fare ordine. Soppesare. Considerare.

Vagliare  pesi, tra pancia e cuore, tra raziocinio e sentimento, dividere i diversi piani che troppo spesso confondiamo. Quelli del diritto e del dovere, quello del senso logico, della giustizia, del diritto alla vita.

Seppur non giudicabile, il dolore non è segregabile per fretta sulla stessa barca, e farne pappa per gli squali.

Perché ognuno ha il proprio di dolore, perché ognuno, se fortunato, ha la propria barca.

Perché oguno di noi, ha attorno a sé squali diversi.

Chi la vicina di casa dispettosa, chi le bombe chimiche. C’è chi ha sinuose balene, chi le baleniere. Chi i morti impiccati, chi i giochi con la corda colorata. Chi gli schiaffi, chi le carezze. Chi i fucili puntati sulla testa, chi le coroncine di fiori ad una festa.

Ogni fine, ogni difficoltà ogni realtà è diversa, ma ognuno di noi ha il diritto ad avere la libertà di metterle in discussione, di cambiare e ripartire.

La stessa opportunità di scelta.

Per desiderare di avere uno yatch o decidere di non averlo.

Non abbiamo tutti le stesse difficoltà come tutti, gli stessi problemi e le stesse risorse.

E la felicità non è una regola. Non segue le folle né le festività. Anzi, per qualcuno è il periodo di dolore più grande. Perché la propria barca, in quei giorni s’è incagliata, distrutta e dimenticata.

Siamo umani, meravigliosi ed incredibili. Ma quanto amiamo raccontarcela, pur di salvare la nostra pelle. Solo che per avere una realtà inclusiva in cui avere anche solo un paio di risorse abbordabili e fruibili da tutti, dovremmo smetterla di prenderci in giro, e iniziare fare amicizia con quello che ci fa problema. Dentro di noi. Non si parla di massimi sistemi, ma di comportamenti oltre la nostra soglia, nel quotidiano. Di educazione emotiva, di rispetto e di condivisione. Di valore alla vita.

Oltre l’egoismo di pensarci privilegiati e assolti se il nostro spermatozoo è stato più fortunato di altri.

Siamo tutti coinvolti.

E l’indifferenza nuoce gravemente alla salute. Più del fumo e delle droghe. Più del colesterolo di cui tanto abbiamo paura. Più di quei chili in più che non ci permettono di chiudere la giacca. Ma se un dolore non è noi che tocca. Non sembra interessarci.

Sennò tutti paladini. Magici Aladini.

Scrivici!

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