Un altro granello

Estate del prima, estate del dopo
Filo su cocci di vetro, il senso di colpa. L’estate del prima e del dopo.

E lento lentissimamente lento, che si poteva percepire a stento, solo con l’orecchio della pazienza e del dolore avulso, quell’acuto soffocante nauseante
Tutto-questo-è-grazie-a-me sembrava iniziare a sgretolarsi, in un’infinità di tempo in un’ infinità di granelli. Uno a uno, sole vento pioggia tempesta si mettevano insieme da anni, a grattare in silenzio coi pianti, la roccia miliare che catrame sabbia grezza sangue ripicche e sputi avevano creato: una pasta appiccicosa nera fredda e intoccabile. Eppure ora ella si vedeva bucata, si sentiva mancante della sua solidità, del suo goliardo esistere a murare, boicottare, negare ed ammazzare. Ogni granello era per lei fondamentale, uno in più al vento era un giorno in meno strappato alla morte. Uno in meno al silenzio, fiore alto a germoglio, uno in più sul terreno macigno.
Mille e di vetro, giacevano inermi sulla ceramica ruvida e gialla, pezzi incollati a fatica su giorni lunghi e senza volto vita vissuta attentamente ignorata e desiderio di distruggere qualsiasi respiro nuovo, diverso, inaccettabile, erano morti sul colpo. Mille pezzi di cristallo agognavano sul fondo senza far più rirorno.
Nessuna colla avrebbe sistemato quel gesto, nessun oro sarebbe bastato ad esaltarne le crepe, alcun farmaco avrebbe aiutato a non vomitare. Un’unica pasta convulsa eleva ancora quel volto lanciato a morire: quello del senso di colpa. Lei che non dona permesso alle gambe di muovere i passi, quella che non vuole dar spazio a capire, parlare, desiderare di stare nel mondo, lei che odia sentirne il corpo, di sperare in un futuro di godere di un presente a cui dare da bere, una vita un lavoro una casa un amore, un senso di vita chi sono? che voglio?

Niente e nessuno. Non posso.
Vivo per colpa.

Tutto-questo-è-grazie-a-me e tu non vali niente nient’altro di ciò che ho deciso che voglio per te. Nè prima nè dopo, invalida a vita, l’estate del dopo, l’estate del prima.
Non hai più permesso di darti il diritto di star sulla vita. Di sentirti capace di sentirti sicura che tutto era tuo, conquista la tua, tuo quel sudore di lacrime e suoni, le maldicenze di

ormai superate contraddizioni. Il suo. Il tuo. Niente. Un passato, un presente guadagnato e denigrato, impiccato. Mai più. Tutto-questo-è-grazie-a-me.
E niente glielo avrebbe più scordato. Fissando ogni coccio affilato nell’etere eterno, l’inferno.
E no, non puoi dire di no tu non puoi rifiutare.  Ormai è sentenza condanna marchiata di fuoco. Niente poteva addolcire, niente può riesumare un piccolo briciolo di umanità. Di dignità.
Non appartieni neanche al tuo corpo, e a quel timido sé dà da mangiare ogni giorno, da anni alla colpa, solo al macigno si dona da bere, il suo niente.
L’amore il suo cuore il suo voglio.

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