Sapere, Julie,
non fa

Cura
Filo su differenza, la fa

Era come una pianta, Julie.

Aspettava di essere innaffiata ogni giorno con pazienza e gratitudine.

Era dolce, bellissimo, proprio quello che lei aveva sempre desiderato e immaginato. Era proprio lui, dopo tante sofferenze finalmente l’aveva trovato.

I mesi passavano, lei cresceva sana e forte. Non aveva paura, era certa sarebbe durata per sempre. Ce l’aveva, quel qualcosa, che desiderava lei.

Intorno ai tre mesi dalla sua adozione, però, qualcosa iniziava ad andare storto.

Accadde anche stavolta.

Julie, come sempre, memore dei primi tre mesi di adozione, se ne appiccicava addosso le sensazioni, la complicità, l’acqua fresca e il concime.
Non rivalutava il rapporto, sebbene ci fosse qualcosa che a lei proprio non andava.
Perché sapeva che chi si prendeva cura di lei ne era capace, di  essere dolce, premuroso e accudente, sia in pratica che in potenzialità, e che quindi sicuramente era il periodo, o comunque era cambiato a causa sua, perché magari non si stava comportando bene.

E quindi se lo meritava, un diverso trattamento. E lei, in nome di quell’amore in potenza che aveva realmente sperimentato all’inizio, in nome della sua religione basata sul  per sempre, si risolve tutto, è un momento, è colpa mia, si affronta tutto, insieme, c’è sempre speranza, tranne alla morte ..

Ecco che Julie, stava. In quel torbido per sempre.
Al terzo mese accadeva che veniva innaffiata un giorno fino ad allagarsi, ma poi più niente fino al mese dopo, oppure un po’ per tre quattro giorni e poi niente per due settimane.

Acqua a sprazzi, a momenti, coccole indimenticabili che solo per quelle avrebbe resistito anche settimane, mesi di siccità. Sapeva che prima o poi sarebbero ritornate così dolci e così complici.
Era dura resistere.

A volte si accasciava tutta per terra, di lungo, alzandosi bella dritta all’arrivo potenziale dell’ acqua. Ma le foglie si facevano marroni, si stava ammalando. La trascuratezza, le giornate così diverse dall’inizio si facevano sentire. Ma lei, cieca, non ne voleva sapere, sapeva resistere. Non sporcava, non abbaiava, in fondo era una pianta. Non si lamentava.

Una mattina accadde. Era il giorno prima del suo compleanno.

Accadde in una giornata di diluvio e vento freddo, Julie venne lasciata accanto al cassonetto dell’umido. Avevano scambiato l’acqua con la candeggina. E ora puzzava troppo. Era meglio liberarsene e fuggire da quell’errore. Troppo impegnativa Julie, irrimediabile Julie.

Si dice che l’odore di putrido e rancido che si sente davanti ai cassonetti dell’umido specie d’estate, sia l’anima di Julie che ritorna a farsi sentire come punizione.

Per ricordarci che

scegliere di restare con le unghie e con i denti in una situazione solo perché si sa che prima era diverso che poi se ci pensi bene bene, mica tanto e il presente difficile è sempre e solo dato dal momento, porta alla putrefazione. Memori di questo altro capace di saper innaffiare d’acqua dolce e fresca con costanza, come nei primi tempi, non significa che l’altro sia disposto a farlo.

Identificarci nell’altro perché pensiamo di aver trovato qualcuno che quel qualcosa che cercavamo ce l’ha, e ci prendiamo tutto il pacchetto, non significa che l’altro, pur sapendo fare, decida realmente di fare.

Saper fare una cosa non vuol dire farla.

E le piante vanno innaffiate ogni giorno, d’estate così come a giorni alterni d’inverno.
E se ciò non accade e non lo si fa più, non c’è da aspettare, non c’è da convincere a cambiare, perché anche se non lo fa io lo so che lo sa fare e l’altro non lo fa più, esso va rispettato nel suo non fare.

Sta a te,

Julie in germoglio che leggi paziente, decidere di restare o finalmente migrare. Che la siccità porta alla morte e la candeggina anche se ha lo stesso colore dell’acqua è diversa. Non è la stessa cosa. Solo una permette di vivere, l’altra fa morire.

Julie, non è un dettaglio.

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