Tiricca
Al miele
Filo su B., ha sapore di te
Per me sono sempre esistite due categorie di tiricche. È così che le ho sempre chiamate. Dividendole in base al luogo di origine. Quelle di S. e quelle di B.
Le prime hanno dentro la sapa, il vino cotto, scuro come le more di rovo. Non mi è mai piaciuto. Nemmeno da grande. Erano “quelle che non mangiavo”, quelle dei grandi.
Siligo in cui si scappava perché casa andava in pezzi. Lì dove si facevano i pranzi con l’agnello, e ne odiavo l’odore, Siligo di Lola il cane con le calze e la dolcezza di M. Lì dove stavo al sicuro perché almeno per qualche ora avrei conosciuto la tregua, lì dove non mi sarebbe successo niente. C’erano altre persone.
Il caminetto, Nikita e Ciro, la cantina piena.
E il gelo, oltre la porta. Tiricche nere.
Aspettavo l’estate dove i viaggi verso B. erano tanti, e anche le grida e i pianti, di un sapore diverso da quelli dell’inverno. Sapevano di irreparabile.
Le tiricche al miele sono una delle cose più belle e buone del mondo. Le apri con due mani e affondi il naso nella pasta, sempre lei, la violata bianca e fresca, croccantina e morbida, senti subito il dolce, l’ovatta degli aromi e del miele, non l’amaro del bruciato, denso e cotto della sapa. Il miele speciale, quello dell’isola. Che sa di profumo buono, di tana, di elicriso.
Quel profumo che ti fa sempre tornare. Sta nel vento, non lo puoi trovare che sul naso mentre si insinua nel cuore, sulle ferite e le malinconie che fanno più male. Mentre sorridi.
Poi ho capito che le tiricche esistono di tante forme, tanti i ripieni e che i paesi del centro nord Sardegna da cui provengono sono tanti.
Per me però quelle al miele resteranno solo di B. Buone così non le ho mai trovate. Che “le fanno solo lì” col miele.
B. è un luogo di perdizione, un po’ intoccabile, continuerà ad essere sempre strano che qualcuno possa conoscerlo o parlarne, come fosse troppo mio per essere condiviso, come ci fosse troppo di me perché possa essere anche di qualcun altro. Un posto dove c’è niente, dove c’è troppo. Dove senti di appartenere nell’eucalipto, nel canto dell’upupa nei rospi e nelle stelle, dove se pensi troppo il profumo dell’alba è già passato e il caldo e il suono delle cicale ti prendono la gola implorando tregua, fresco.
Un gelato ed il perdono.
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