Gli avrebbe voluto dire, la guerra è finita, la guerra è finita da un pezzo.
Gli avrebbe voluto dire perché m’odi ancora così tanto?
Lasciami andare, il tempo è passato, perché ci tieni tanto ancora a denigrare raffinato, e trovare ogni pretesto per attaccare? rabbioso come un cane, un padre con sua figlia da sgridare?
Gli avrebbe voluto dire che lei la guerra non l’aveva mai iniziata, che non ce l’aveva nel sangue, lei l’aveva sempre assisita, la guerra, e a quella lei non ci poteva più pensare. Lei melodramma nel terrore di perderlo, lui melodramma dopo che l’aveva persa. Andandosene via, strappando di loro qualsiasi pezzo di storia, presente passata futura.
Gli avrebbe voluto dire che se aveva deciso di vomitare dolore quel giorno in cui la madre si era salvata dalla falce del padre, con uno degli ennesimi ma ti riprendi? Gua che non è morta.
Gli avrebbe potuto dire di chiudere lì quel sipario. La porta è aperta.
War is over, gli avrebbe voluto dire, che scriverle buona vita nella causale dell’ultimo bonifico non gli serviva a stare meglio, ma a fare ancora più male. Che dirle tieniti sti soldi e stai per un po’ in pace a lei il sangue si raggelava, che non serviva a nessuno, fare altro male.
Avrebbe voluto dirgli che a lei gli unici soldi che le interessavano erano quelli del proprio stipendio, quelli della tutina del piccolo in arrivo, delle crocchette del gatto, dei soldi per comprargli l’ennesimo maglione, il telefono, il mazzo di fiori quotidiano.
Non farmi regali non regalarmi più niente le disse a San Valentino, lei avrebbe voluto dirgli ci sono rimasta male, ma non poteva ferirlo. Lui non avrebbe retto se stesso.
Come poi è stato.
Io i tuoi regali non li reggo e non reggo il confronto.
Appunto.
Si, prendo la valigia, la faccio, e ti faccio credere di andare via, tu mi correrai dietro, perché lo so che tu nella pioggia verrai fin su a pregarmi di tornare, uno due tre quattro volte al mese e poi cinque e sei, e io quando vorrò, forse, tornerò. Quando sarò abbastanza sfinito dai tuoi piagnistei, tornerò.
Torno, ovvio che torno, dove vado senza di te? Pensi davvero io possa vivere senza te? Non credo. Devi credermi. Non ti lascerò mai. Ero già pentito scese le scale. Ma non posso tornare subito, il mio orgoglio non ce la fa. Io vado via sbatto la porta e ti dico che è finita per farti credere che ti sto lasciando così, per spaventarti. Ma ora sono qua. Che problema hai se sono qua? Io torno sempre e non ti lascerò mai. Sarai tu a lasciarmi per il casino che sono, il coglione che sono e i miei sbalzi d’umore.
Ma non fa niente amore, certo, me lo faccio passare.
Gli avrebbe voluto dire che quel non fa niente si sedimentava, quello spavento per lei tremendo la mortificava, e con essa il rapporto, che non le passava che voleva almeno che si facesse perdonare. Che si rendesse conto. Ma non bastava, non bastava, troppe volte aveva giocato con la sua frattura più grande.
Pur sapendolo. Fino in fondo.
Lui ci provava ma non serviva, era troppo pesante da rimediare, rimediare un meccanismo uguale a quello che praticavano con lei sua madre, e suo padre. E lui che lo sapeva, perché lo faceva?