Je t’em braille

Love
filo su sguardo

On ne voit bien qu’avec le coeur. L’essentiel est invisible pour les yeux.

Intelligenza emotiva: non c’è dottorato, menzione speciale, master che la possa insegnare. Serve imparare, come si impara da piccoli a mangiare. Serve ascoltarsi, farci del bene e coccolarsi. Sentire, toccare, intuire, ritornare a stimolarci in ciò che ci fa sentire umani. Fare i conti con la pelle, il proprio cuore, riappropriarsi dell’olfatto, del tatto e dell’udito, rigustare il dono di ascoltare, di capirsi, di saperci supportare, mollare, lasciare. Avere a che fare con noi, fragili e un po’ stronzi, alti, bassi, lunghi larghi e corti, con cura e dedizione, darci il tempo di adirarci non capire e riprovarci. Dare voce all’intuito, l’istinto, l’inconscio. Siamo ciechi dei nostri punti ottusi, siamo ciechi, indicibili arroganti di essere convinti di esserne esclusi, ignoranti su ciò che ci accade e a cui non sappiamo dare nome. Negazionisti dei nostri bui, dei nostri modi, dei nostri mostri. Siamo ciechi, pur avendo gli occhi. Tarare i nostri occhiali, e forse poi vedere che sono già cambiati: è la messa in discussione, il pianto, la caduta, fare spazio, è il passo più temuto e di coraggio, costa fatica, è pulizia, nuova diottria, è universale, è per tutti, ma proprio tutti, solo che purtroppo non è da tutti. Aver voglia di sporcarsi mani e piedi e farci i conti è per molto pochi.
Nessun nuovo alfabeto farà così paura. E quel che non conosci sarà altro, nuovo da te, che rispetto e non comprendo, ma è vivo e bisognoso come me. Perché l’Altro, quell’Altro non è che te, è semplicemente, altro da me. Educare all’emozione non si vede come il plank, ma fa bene a fare meglio il plank. Ve lo giuro.

 

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