Focaccia schiacciata per grandi
Qual è la tua farina?
Filo su focaccia. farina speciale
Non basta fare un figlio con la propria carne, ed averlo con il corpo per dirsi genitore, per farsi genitore. Serve conoscerlo, presentarsi, adottarlo e adottarsi.
Non è un prolungamento del grande, è un estraneo da lui.
Già nel suo nido umido, il bimbo non cresce carne su carne nel corpo di mamma, in sua prosecuzione. È diviso da lei da quella preziosa e sottovalutata cosa di forma schiacciata, quella speciale focaccia (dal latino classico) chiamata placenta, che provvede al passaggio dal sangue materno a quello fetale di tutte le sostanze necessarie alla nutrizione e all’accrescimento.
Senza, morirebbe.
Lui ci vive grazie a lei, è il suo guscio, il suo geloso spazio, lì dove diventa grande e si fa forte per il mondo, dove coltiva la sua particolare autonomia. È importante, non è lo spazio della mamma, subaffitto del papà, o la casa al mare dell’altra dolce mamma: è il suo monolocale con pareti raffinate. Perché poi fatichiamo così tanto a ricordarci di quella focaccia, quando lo abbiamo piccoletto che cresce tra le braccia? quando ci sorride e cambia il mondo, quando piange ad occhi sfranti che tu sfinito e stanco daresti ogni cosa, purché smetta di disperarsi, cucciolo di umano inizia a respirare, a giocare tra gli umani, quando chiede spiegazioni, quando non sai che dirgli perché non sai, disarmato, che dire, davanti al suo muso e a quel punto di domanda curioso che si porta sul volto e che ha enorme, quando vai via, quando piangi, quando non ti senti adatto, quando ti mostri semplicemente umano: un padre, una madre, un angelo normale, il suo custode umano. Mentre cresce e ti delude. Menomale che lo fa, stai facendo un buon lavoro, da qui ti riconosci un vero e provetto genitore.
Io e te non siamo uno, siamo due, estranei, di regole ed istinti, siamo rispetto che si abbraccia negli abissi. Il vero prodigio è ricordare a me stesso, io, che ti ho dato al mondo, anche quando vorrei tanto che lo sia, non sono il tuo mondo, e non voglio che esso lo diventi mai.
Magari ce lo raccontiamo?
Desidero.
Per te, scelgo con te, ma ti ascolto e mi ricordo perché ti ho messo al mondo, per amore, e non per egoistica protezione, sono qui, col cappello e con i guanti a coltivare insieme a te la tua voglia, di errore e di sapore, dove ogni placenta prenderà particolare la sua forma.
Per mettere in forno il tuo impasto, per vedere come fa, la focaccia col tuo nome.
Sceglierai le tue farine e le tue temperature, le bruciature e le varie cotture. Non ho la presunzione di avere un ricettario né di doverne inventare per te, se vorrai leggere parti del mio, un casino unico, ne sarò felice ma non voglio sia per me, per farmi felice. E insieme ne discuteremo, ci grideremo, ci abbracceremo. Alcuni decideranno di non amare il pane, o di non farlo lievitare. Altri ameranno l’avena e il segale più nero.
A te la scelta, io intanto racimolo gli attrezzi. Corri fiero corri piccolo maestro, fai le ruote e le capriole, nel vento e la tempesta, corri ora piccolo umano corri piano o lento piccolo fornaio.
Sono tuoi, questi campi di grano.
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


