Quel che volevo
Ballare
Filo su desiderio.
volere, volendo, sentire, sentendo
Volare con grazia sui legni del mondo, l’unica cosa per cui mi sentivo al mio posto. L’unica cosa per cui mi sentivo cucita. Quel che volevo, era il rosa. Di bianco vestita.
Non molto, due punte, la sciarpa, una brandina.
Essere rosa, bambina.
E non perchè il rosa sia di regola un colore da bambina. Ma perchè lo era, nella mia vita, e quindi andava allontanato, demonizzato. Ma io lo desideravo, e di questo me ne vergognavo. Ma era facile, io non desideravo. Non lo sapevo fare.
Quel che volevo era sentirmi sentita, quel che volevo era sentirmi, desiderare, provare, sbagliare, ricominciare. Passare le notti a provare e riprovare, la musica i calli, il sangue e le fasce, volevo quel sangue le notti, le calze, le fasce.
Quella fatica, la cura, quella forza e quella premura, di esser dettaglio, pazienza, morbidezza, sipario, incanto. Giorno e notte, su un palco, una sbarra, vita dura ma a passo di danza.
Quel che volevo era regalare le mie braccia lunghe a qualcuno, le braccia lunghe come i sorrisi, le lacrime, le gambe, i miei piedi, a modo mio. Quel che volevo era un sogno. Calpestato in silenzo, le urla, i doveri, i sogni le aspettative dei grandi, quelle degli altri. E per un sorriso avrei fatto di tutto, soprattutto quel che non sentivo. Quel che volevo era un sogno, di panna, fatica, germoglio di bianco vestito, dolce passione di rosa. Ma era bandito. Colore da donna.
Quel che volevo era uscire dall’uovo, e sentirmi richiesta capita da te che chiedi qua e là ma dimmi, tu che ti senti? a te che ti va?
Quel che volevo era solo volere. Parlare. Imparare ad amarmi, così per non subire, e solamente accontentarli.
Non è più tempo, non è mai stato tempo.
Così te lo filo a filanda, il passato affilato. In fondo ho danzato lo stesso, mettendo la grazia dove grazia non era richiesto.
Ai bimbi, le bimbe, creature che abbiamo per mano, ai grandi stressati egoisti e pressati che siamo, siamo perfetti così come siamo, andiamo bene così come viene.
Di poco i nostri bimbi ai noi saranno grati: l’amore, la serenità, l’ascolto che gli diamo. Non dimenticare, cuore inesperto, di chiedere a quegli occhioni più in basso, che farebbero di tutto per noi, che cosa si sentono, sarà l’atto d’amore più grande che potremo fare, guidarli a scoprirsi, a non dir sempre di sì, perché loro, solo per vederci felici, faranno quel che noi non saremo mai capaci di dire, di dirci, e ce lo leggeranno negli occhi. E ve lo leggeranno negli occhi.
A volte per poco, a volte per sempre.
E no, non è facile per niente.
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